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Braccialetti Amazon, a parole tutti indignati…

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Fino a ieri se andavi su Google e digitavi “Amazon bracciale” usciva una lunga serie di indicazioni (foto, modelli, prezzi) sui bracciali Tiffany. Il bracciale Tiffany è chiaramente destinato élite.

Da oggi invece, su Google restano i bracciali di Tiffany, sempre distribuiti da Amazon, ma compaiono articoli dei principali giornali italiani che raccontano come Amazon abbia brevettato un bracciale chiaramente destinato ai lavoratori.

È stato ideato e brevettato per velocizzare la ricerca dei prodotti stoccati nei magazzini Amazon da parte dei singoli addetti. Grazie al computer che ha al polso, in luogo dell’ormai superato orologio, l’operaio dovrà “scattare” (le virgolette non sono mie), prenderlo, metterlo in una scatola e passare al compito successivo.

Immediatamente, si sono levati alti lai da parte di Paolo Gentiloni (“La sfida? Costruire un lavoro di qualità”), di Giuliano Poletti (“Amazon rispetti le leggi”), di Giorgia Meloni (“Globalizzazione incontrollata”), dei sindacati Cobas (“Strumento schiavista”). Prima di fare commenti attendiamo che sia espressa la posizione ufficiale delle élite, sia governative sia sindacali italiane, ormai rappresentate dall’imperdibile duo Carlo Calenda -Marco Bentivogli, sui caso «Bracciale Amazon».

Una piccola notazione. Se mi metto nei panni di Jeff Bezos starei tranquillo, un Paese che accetta che tu non paghi le tasse, poi quando vieni scoperto e ti arriva il conto, tu lo impugni con batterie di avvocati, alla fine accedi a una ridicola transazione, di cui la controparte addirittura si vanta, troverà il modo per legalizzare qualsiasi forma di schiavismo, purché, sia digitale.

Quando capiremo che siamo in un mondo che sta cambiando velocemente, come dicono i colti? Monopolio industriale e culturale di una minuscola élite globalizzata e schiavismo tendente allo zombie per il popolo tutto, ecco due aspetti del mondo nuovo nel quale, a nostra insaputa, siamo entrati.

E alcuni (molti) sono pure entusiasti di viverci. Prosit. 

Riccardo Ruggeri, La Verità 3 febbraio 2018