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Dai vecchi partiti alle Srl minestrone di oggi. Ne è valsa la pena?

Nelle aggregazioni dell’epoca post-partitica, i colori si sono come diluiti, i volti della storia ormai si somigliano tutti, i valori si sono omogeneizzati, le opposte scelte di campo di un tempo sono state riassorbite

I vecchi partiti politici, che in Europa hanno scritto due secoli di storia e che quasi dovunque stanno esaurendo la loro carica vitale, hanno rappresentato qualcosa che forse ci toccherà rimpiangere a lungo. In un certo senso, erano delle vere e proprie chiese, sia che si ispirassero alla moderna laicità illuministica sia che traessero alimento spirituale dal cristianesimo, cattolico o protestante. A caratterizzarli era una Weltanschauung, una impegnativa visione del mondo alla luce della quale veniva giudicato il passato e si elaboravano programmi di riforma della società, non necessariamente in senso progressista.

Ogni partito presentava tre volti: l’ideologia – la sua specifica political culture – il programma elettorale (che poteva mutare, almeno in parte, di volta in volta), le battaglie concrete con cui voleva essere identificato – ad es., il divorzio, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, l’adesione alla Nato etc. etc. In genere, nessuno si prendeva la briga di leggere i programmi – spesso ampollosi, troppo tecnici, sostanzialmente noiosi – ma si era molto attenti agli obiettivi specifici per cui un partito s’impegnava a battersi. E ancor più, va sottolineato, all’ideologia che fissava l’identità etico-sociale del militante e dell’elettore abituale. Quando si entrava nella grande sala con le pareti piene dei ritratti dei nobili antenati – si chiamassero Filippo Turati o Giacomo Matteotti, Luigi Sturzo o Alcide De Gasperi, Luigi Einaudi o Benedetto Croce, Antonio Gramsci o Palmiro Togliatti – si era disposti a ingoiare più di un rospo se i leader del partito decidevano politiche o contraevano alleanze poco gradite. Si tolleravano scelte tattiche discutibili giacché si era rassicurati dal far parte di una comunità etico-politica su cui vegliavano i grandi del passato.

L’ideologia era, nel senso di Guglielmo Ferrero, il collante di legittimità dei partiti, il garante della loro continuità nel tempo, il deposito bancario sul quale si poteva sempre contare nei periodi bui. “Basta esporre la vecchia bandiera socialista e avremo di nuovo migliaia di iscritti”, pare avesse detto un vecchio socialista al rientro in Italia dopo l’esilio cui l’aveva costretto il fascismo. Quella bandiera era un simbolo quasi religioso, rinviava a idealità, a storie esemplari, a “filosofie”, nel senso forte del termine, che non si esaurivano certo nelle pur condivise richieste della Repubblica e della Costituente (parole d’ordine lanciate, con la sua foga generosa, da Pietro Nenni). Alla stessa maniera, lo scudo crociato indicava la casa in cui si sarebbero potuti raccogliere tutti i cattolici, almeno quelli che avevano accettato lealmente le regole e le istituzioni della democrazia liberale e, abbandonando ogni posizione temporalista, la separazione tra Chiesa e Stato. I più “moderati” potevano anche accettare l’alleanza tattica con i partiti “atei e materialisti” della sinistra giacché a rassicurarli era, per così dire, la “comunità di partito” ovvero la “famiglia spirituale” le cui tattiche – anche le più spregiudicate – rimanevano sempre in funzione di una strategia lungimirante volta a impedire che il processo di modernizzazione si risolvesse in una devastante secolarizzazione.

In Italia, grazie a magistrati integerrimi come Francesco Saverio Borrelli, quel mondo non esiste più: i partiti non sono più familles spirituelles ma, absit iniuria verbis, comitati d’affari (in prevalenza) della borghesia. Ci si unisce, si smantellano le vecchie federazioni, si formano nuove formazioni politiche in vista di obiettivi limitati e, spesso, in nome di un antiinvece che di un pro. Fermare la “resistibile ascesa” di Craxi, di Berlusconi, di Renzi, di Salvini porta a vedere a braccetto in una stessa formazione politica Monica Cirinnà e vecchi democristiani, atei razionalisti e quanti si richiamano (dicono di richiamarsi) a Sturzo e a De Gasperi. Ci troviamo dinanzi a “società a responsabilità limitata” dove ciascun azionista pensa di rimanere se stesso giacché gli è garantita libertà di coscienza sulle grandi questioni etiche. In questa maniera, però, mi sembra difficile “salvarsi l’anima” e il rischio reale è quello di diluire le vecchie identità del passato in una marmellata ideologica, che si traduce nella statua di Aldo Moro con l’Unità in tasca.

In altre parole, non assistiamo alla laicizzazione dei partiti ma a un melting pot culturale che ne stravolge i connotati tradizionali. Partiti divenuti “leggeri” sono ormai uniti da un’inconsapevole ideologia “leggera” anch’essa: ma, a guardare bene, solo in apparenza. Per fare un esempio, Alcide De Gasperi è ormai quello di Pietro Scoppola – è l’uomo di centro che guardava a sinistra – Luigi Sturzo è l’interlocutore di Piero Gobetti se non di Antonio Gramsci, Luigi Einaudi è l’antisovranista per antonomasia, rivendicabile anche da Critica liberale (organo di un laicismo fazioso, alla Ernesto Rossi, che si riteneva scomparso per sempre). Le giornate degasperiane del Trentino vengono affidate all’appeal di Ferruccio de Bortoli e di Lella Costa (famiglia Gad Lerner)! Anche nelle iconografie risorgimentali si vedevano a braccetto Pio IX, Vittorio Emanuele II, Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi, ma allora il problema era quello di “fare l’Italia”, di costruire la nazione e uno Stato moderno, non quello di rifondare il sistema politico contro “nemici” che in una “democrazia a norma” si dovrebbero riguardare (e rispettare) come “avversari”.

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4 Commenti

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  1. Capisco il suo ragionamento e in parte lo condivido. Di seguito la mia opinione.

    Le ideologie e i bei pensieri servono a poco se nei fatti sono interessi di altra natura a guidare le scelte – ad esempio quello economico (personale e di partito) della prima repubblica. Forse uno dei pochi ambiti in cui l’ideologia ha trovato spazio è stato nella scuola. Oggi ne vediamo i risultati.

    Negli ultimi anni le posizioni hanno cambiato partito alla bisogna: all’intervento in Afganistan fu favorevole la destra e contraria la sinistra; all’intervento in Siria contro Assad fu l’esatto opposto. E le ideologie?

    A mio avviso il problema non è tanto la mancanza di valori delle parti, quanto la vittoria elettorale a tutti i costi per i quali i suddetti valori vengono accantonati. Uno dei tanti detti attribuiti a Churchill è il seguente: il politico diventa uomo di stato quando inizia a pensare alle prossime generazioni invece che alle prossime elezioni. Chi posiamo definire politico e chi uomo di stato?

    La mancanza di valori dei partiti riflette quella dei cittadini. Il problema non è la politica bensì siamo noi elettori.

    Ad osservare la politica attuale i valori delle diverse parti politiche paiono ben evidenziati. Per profondo convincimento? Per interessi economici o di potere? Vedremo quale prevarrà. Fino ad oggi non mi sembra sia stato il primo.

  2. Egr. Dr. Cofrancesco,
    mi sembra che lei rimpianga la visione ideologica dei programmi e dei comizi dei vecchi partiti politici; io, modestamente, credo che la questione sia irrilevante.
    Non solo sembra che le ideologie siano morte, per fortuna, ma anche in passato sono sempre state usate come paravento o maschera degli uomini politici. Erano e in parte ancoralo sono le storielle che uomini assetati di potere raccontano ai cittadini creduloni. Il problema pertanto non è in ciò che raccontano i politici ma ciò che realmente perseguono tant’è che molto spesso le enunciazioni condivisibili vengono distorte per non ledere la casta o meglio la cosca vero oggetto delle loro cure.
    Cordiali saluti.

  3. Buongiorno Dr. Cofrancesco.
    l Suo articolo è necessariamente per studiosi ed addetti ai lavori di politologia.
    Le consiglierei, ad ogni nome e cognome di rilievo ma anche non, di aggiungere una breve sintesi nella quale vi siano contenuti quantomeno; data nascita /morte; corrente di pensiero prevalente; esempi chiave di attività che hanno reso distinto il soggetto enunciato; attività/moti che distinguono gli uni dagli altri.
    Gobetti, letto su un sito di filosofia, pare essere un uomo in contraddizione perenne con se stesso ed il concetto di liberalismo. contraddittorio tra moti e spirito del risorgimento e illuminismo “Ognuno al suo posto” è certo che avesse il senso/significato , che lei gli attribuisce e/o che la storia gli attribuisce?

    Decalogo della famiglia perfetta.

    Desiderare figli per doveri dinastici
    Desiderare figli per ottenere un ruolo sociale che in assenza non si avrebbe
    Desiderare figli perchè così fan tanti
    Desiderare figli perchè è il collante ( mastice) della famiglia
    Desiderare figli per avere bastone/i della vecchiaia
    Desiderare figli per garantirsi l’accettazione sociale
    Desiderare figli per rimpinzzare le casse dei sistemi pensionistici
    Desiderare figli per narcisismo
    Desiderare figli per richiesta di chi vuole divenare nonno/a
    Desiderare figli per l’elenco non esauriente ne esaustivo ma che evidenzia il vero motivo di tutti questi desideri: EGOISMO , nulla di diverso dal desiderio degli omosessuali di figli.
    Concludo. Vi sfido a trovare motivi altruistici per desiderare figli ossia quelli necessari ma non sufficienti per dichiarare oggettivamente che è un desiderio per il bene dei nascituri, quindi amore verso di loro.
    L’amore prevede atti di altruismo, quelli di egoismo sono in antitesi con il concetto.
    Buona riflessione , forse.

    Elisabetta Perin

    • Condivido la tua opinione per la quale il desiderio di avere figli è egoistico.
      A mio avviso anche l’amore è egoistico. In un rapporto di coppia si compiono azioni che rendano felice il partner e ne evitino il dolore. Perché? Perché proviamo empatia nei confronti di quella persona: siamo felici se è facile e ci dispiace se è triste. I nostri atti di amore dipendono dalle emozioni che sappiamo (o immaginiamo) proveremo ad atto compiuto.
      Nessuno coltiverebbe un rapporto in cui è infelice, fingendo quotidianamente, con l’unico obbiettivo di rendere felice l’altra persona. Eppure questo sarebbe un atto di puro altruismo poiché non se ne trarrebbe alcun vantaggio. Anzi, tutto il contrario.
      Domanda: per un rapporto di coppia scegli la persona che fra tutte quelle che conosci è più innamorata di te oppure quella per cui provi amore tu? L’amore è egoismo e finché entrambi traggono beneficio dal rapporto non c’è nulla di male.

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