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“Di Maio è un liberale”: lo dice (davvero!) il Corriere

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Calate il sipario, l’ultimo spenga la luce, ammesso ve ne sia ancora, in questa lunga notte della politica, del linguaggio, delle nozioni minime che dovrebbero fondare un dibattito vagamente dotato di senso. Sabato 17 agosto 2019, Corriere della Sera, il (fu) giornale della borghesia produttiva e dei ceti industriosi del Paese, pagina 3, pezzo di Alessandro Trocino che sviluppa l’apertura del giornale, la notizia più importante e seria del (fu) giornale più importante e serio d’Italia. Citazione letterale, ché lo scempio può essere solo mostrato, qualunque parafrasi non ne sarebbe all’altezza. “I parlamentari 5 Stelle, per esempio, spingono per un dialogo con il Pd. Il Movimento ha molte anime, Di Maio è un liberale, ben lontano dal Pd, ma nulla è detto”.

Lo riscriviamo, per esserne sicuri, scandiamo le sillabe, lo hanno mandato in stampa davvero, senza non solo intervenire sul testo, ma licenziare seduta stante l’autore, per manifesta incapacità d’intendere la politica e la realtà. “Di Ma-io è un li-be-ra-le”. Pensiamo a Luigi Einaudi, che scrisse a lungo sul Corriere (quand’era il Corriere, non la copia malriuscita de L’Unità). Pensiamo che sarebbe stato meno straniante leggere “Ilona Staller, in arte Cicciolina, è vergine”, o “Diego Armando Maradona, noto salutista”.

Pensiamo che Trocino è stato ingeneroso, ci ha lasciato con mille domande. Ad esempio, se il reddito di cittadinanza tragga diretta ispirazione da La ricchezza delle nazioni di Adam Smith, o sia stato passato al setaccio della scuola austriaca. Se il Decreto dignità sia figlio di un anarco-capitalismo alla Robert Nozick, o piuttosto di un temperato liberismo popperiano. Se le epurazioni votate in serie sulla piattaforma Rousseau (noto padre filosofico del liberalismo, del resto) rimandino direttamente alla teoria giusnaturalista del diritto individuale, magari filtrata da un’attenta lettura della prima parte della Dichiarazione d’Indipendenza americana. Soprattutto, se il punto di riferimento della politica economica di Luigi Di Maio, sintetizzata nell’estrarre risorse dalle tasche di chi produce per finanziare l’inattivismo di chi ciondola (e al momento opportuno, ovvero nell’urna elettorale, si ricorderà di tale finanziamento), sia più Margaret Thatcher o Ronald Reagan, per quanto entrambi forse risulterebbero in odor di statalismo, a un “liberale” tutto d’un pezzo come Giggino.

Pensiamo, soprattutto, che non c’è assolutamente nulla di cui meravigliarsi, a proposito della crisi irreversibile di copie e di autorevolezza dei giornaloni. Se “Di Maio è un liberale”, tanto vale comprare Il Vernacoliere. Che almeno fa ridere.

Giovanni Sallusti, 18 agosto 2019