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Big Tech: l’UE si muove

Big Tech: l'UE si muove
Big Tech: l'UE si muove

Ieri, il 15 dicembre, sono state pubblicate le bozze del Digital Market Act (DMA) e del Digital Service Act (DSA), due provvedimenti legislativi volti a regolamentare la condotta di Big Tech.

Nel 2018, con l’approvazione del Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (RGPA), l’Unione Europea guidava la comunità internazionale nella regolamentazione del settore tecnologico. Molti sono i paesi che hanno tratto ispirazione dal provvedimento e che si sono successivamente mossi nella stessa direzione.

Ciononostante, il RGPA è stato criticato per i suoi limiti, dovuti soprattutto all’assenza di un piano efficace per la sua implementazione. Basti pensare che l’Irlanda è designata responsabile della regolamentazione di tutti i colossi tech con sede europea a Dublino e tra questi ci sono Google, Facebook e Twitter. L’impresa, per usare un eufemismo, è ardua e infatti, dopo due anni dall’approvazione del RGPA, la prima sanzione è stata sancita solo la scorsa settimana.

Ora, però, il sentimento pubblico è cambiato, in quanto il bisogno di regolamentare Big Tech è diventato palese. Dopotutto, ogni anno passiamo più tempo online, in piattaforme che non rispondono a noi delle loro decisioni, né ad autorità elette. Inoltre, con l’imminente arrivo dell’internet delle cose, è imperativo iniziare a progettare una struttura di governance per gli ecosistemi online.

In ottobre, il Dipartimento di Giustizia americano ha inizializzato una causa legale contro Google per l’abuso del suo monopolio della pubblicità nel proprio motore di ricerca. A dicembre, invece, sempre negli Stati Uniti, la Commissione Federale del Commercio e 48 procuratori generali hanno citato in giudizio Facebook per pratiche anticoncorrenziali nel mercato dei social networks.

È dunque con sollievo che in molti hanno accolto le bozze del Digital Market Act e del Digital Service Act, volti a regolamentare la condotta dei colossi Tech rispettivamente nell’ambito di mercato e nella gestione dei contenuti disponibili nelle loro piattaforme.

Il Digital Market Act

Il DMA mira a porre una fine all’abuso del monopolio da parte dei soliti sospetti. Il provvedimento è ambizioso, forse il più ambizioso mai ideato per il settore. Infatti, se dovesse venire approvato, le regole imposte ai colossi Tech sarebbero sostanziose, così come le penalità predisposte.

In primis, verrebbe richiesto alle compagnie con più di 45 milioni di users e capitalizzazione di mercato maggiore a €65 miliardi, chiamate gatekeepers, di condividere i loro giganteschi database. Per esempio, Google e Amazon dovrebbero condividere tutti i dati inerenti ai click, le visualizzazioni, e le query (le domande poste al motore di ricerca).

Questo avrebbe delle conseguenze la cui magnitudine è difficile immaginare. Infatti, la stessa qualità del servizio di ricerca offerto da Google dipende dalla quantità di dati a disposizione della piattaforma. Qualora la compagnia fondata da Larry Page e Sergey Brin fosse obbligata a condividerli con i competitors, perderebbe una parte importante del vantaggio di mercato. Molto probabilmente, questo comporterebbe la caduta del monopolio, in quanto altri motori di ricerca che rispettano i dati degli users diverrebbero capaci di offrire un servizio di simile qualità.

Inoltre verrebbe anche vietato il trattamento preferenziale di determinati prodotti offerti all’interno delle piattaforme. Per esempio, nel caso dei dispositivi Apple, Safari dovrebbe chiedere allo user quale motore di ricerca preferisce, anziché impostare Google di default (per cui Apple viene pagata da Google circa $12 miliardi annualmente). Anche una maggiore interoperabilità, sia a livello di software che di hardware, verrà richiesta. Tutto ciò è chiaramente volto all’incentivazione di una concorrenza equa.

Le sanzioni previste sono serie. Molto serie. Violazioni del DMA comporterebbero multe fino al 10% del fatturato annuo, che nel caso di Amazon ammonta a circa $30 miliardi. Inoltre, nel caso una piattaforma dovesse violare il DMA più volte, l’UE si riserverebbe il diritto di obbligarle ad una scissione, cedendo assets a terze parti.

Il Digital Service Act

Il contenuto del DSA è di diversa natura, in quanto è volto a regolamentare il contenuto presente nelle piattaforme. La Commissione Europea, nella bozza del provvedimento legislativo ha reiterato la responsabilità delle piattaforme di escludere il traffico di beni illegali, contenuti protetti da diritti di autore e hate speech. Queste sono però funzioni che le piattaforme già eseguono.

A questo riguardo, qualche critica ritiene che i colossi Tech lo stiano facendo fin troppo. Solo quest’anno, a seguito dell’esplosione della pandemia, Youtube per esempio ha completamente rimosso video che non erano in linea con le informazioni fornite dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Nonostante sia di essenziale importanza arginare la diffusione di disinformazione, questo potrebbe non essere il modo più adatto. Inoltre, lo status quo permette a delle compagnie non esattamente rinomate per la loro etica di violare il diritto alla libertà di espressione del pensiero degli utenti e di scegliere ciò che appare o non appare nel discorso pubblico. Forse sarebbe il caso di prendere coscienza anche di questo monopolio.

La vera novità che il DSA porta è l’obbligo di maggiore trasparenza, in particolare per quanto riguarda gli algoritmi che determinano ciò che gli utenti visualizzano nelle homepage dei loro social networks. Infatti Facebook e Twitter sono stati accusati di selezionare algoritmi volti a massimizzare il tempo che viene speso sulle loro piattaforme, spesso facendo leva su emozioni negative, e di conseguenza causando una deteriorazione del discorso pubblico e polarizzazione politica.

Anche le violazioni del DSA sarebbero punite severamente, con multe fino al 6% del fatturato.

Il contesto

Nonostante le regole previste da queste bozze di provvedimenti legislativi siano rivoluzionarie, per ora rimangono solo bozze. Ora dovranno passare per il Parlamento Europeo e successivamente per il Consiglio dei Ministri. Il processo legislativo non sarà immediato, basti pensare che per il RGPA ci sono voluti circa due anni. Vanno inoltre considerati una serie di ostacoli significativi.

In primis, l’implementazione del DMA e del DSA sarebbe catastrofica per i giganti Tech. Google, Facebook, Amazon, Apple e Microsoft hanno speso complessivamente €23 milioni di euro in lobbying solo nella prima metà del 2020, e proveranno in tutti i modi possibili a fermare i due provvedimenti. Oltre a Bruxelles, tenteranno anche a far cambiare il sentimento a Washington.

Infatti, i provvedimenti potrebbero essere interpretati dal governo americano come strategie di protezionismo digitale, e forse non irragionevolmente. Dopotutto, l’UE è l’unica grande potenza mondiale a non avere i propri giganti Tech, e sia il governo francese che quello tedesco hanno espresso un livello di preoccupazione al riguardo. Sarà l’amministrazione Biden a determinare se questo sarà un ostacolo o meno.

In conclusione, il DMA e il DSA, se approvati, cambieranno le regole del gioco, limitando l’abuso del monopolio dei giganti Tech e restituendo equità nella concorrenza e di conseguenza dinamismo al settore. Inoltre, come il commissario europeo per il mercato interno e i servizi Thierry Breton ha dichiarato, la Commissione sta cercando di organizzare lo spazio digitale per i prossimi decenni. La riuscita non determinerà solo il futuro dello cyberspace, ma avrà fondamentali ripercussioni nella vita reale, in quanto sempre più elementi di questa saranno collegati ad internet.

Un’ultima riflessione di valore, offerta da Macron, ricorda che oltre a implementare maggiori regolamentazioni, serve anche incentivare la crescita (forse nascita) di un settore Tech europeo capace di tener testa a quelli delle altre potenze mondiali. Il presidente francese afferma infatti: “Se guardiamo la mappa, abbiamo GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon) negli Stati Uniti, BATX (Baidu, Alibaba, Tencent, Xiaomi) in Cina e soltanto il GDPR (Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati) in Europa.

 

Fonti:

Financial Times: EU warns that it may break up Big Tech companies

New York Times: Big Fines and Strict Rules Unveiled Against ‘Big Tech’ in Europe

The Economist: The EU unveils its plan to rein in big tech

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