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Per la prima volta una donna alla guida dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, con tante sfide da affrontare

Commercio internazionale: alla guida del WTO la nigeriana Ngozi Okonjo-Iweala

Ngozi Okonjo-Iweala è stata nominata direttrice generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. É la prima donna e la prima africana ad assumere la leadership del WTO, ruolo che ricoprirà dal 1°marzo di quest’anno fino all’agosto 2025. Okonjo-Iweala, 66 anni, economista di lungo corso, vanta una lunga esperienza alla Banca Mondiale ed è stata ministra delle Finanza della Nigeria per due mandati.

La sua nomina era stata bloccata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nonostante fosse supportata da un ampio sostegno di Paesi membri: 162 su 164. Il veto di Washington è stato ritirato dal nuovo presidente Joe Biden, che ha sbloccato così il processo di nomina.

Okonjo-Iweala si unisce alla nutrita pattuglia femminile che ricopre un ruolo di leadership nel mondo: dalla presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, a quella della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, passando per la numero uno del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva.

 

Le sfide del WTO

Fresca di nomina, Okonjo-Iweala ha dichiarato che la priorità del WTO, per riconquistare autorevolezza, è contribuire a rendere più accessibili e convenienti vaccini, terapie e diagnosi per i Paesi poveri.

Un WTO forte è essenziale se vogliamo riprenderci completamente e rapidamente dalla devastazione causata dalla pandemia del Covid-19. Insieme possiamo rendere il WTO più forte, più agile e più adatto alle realtà di oggi“, ha detto Okonjo-Iweala.

La nuova direttrice generale avrà il difficile compito di rilanciare il WTO, boicottato in questi ultimi anni da Trump, assieme a quello di gestire le tensioni commerciali internazionali, a cominciare dal duello tra Washington e Pechino. Sul tavolo della Okonjo-Iweala ci saranno anche altri dossier caldi, tra cui: il contrasto al crescente protezionismo, l’infinita guerra dei cieli tra le due sponde dell’Atlantico, con la saga dei dazi legati alla vicenda degli aiuti di stato ad Airbus e Boeing, e l’Africa, nuovo terreno di competizione commerciale tra le grandi potenze, soprattutto la Cina.

La sfida delle sfide sarà quella di avviare una fase di riforme, come ha dichiarato Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione Europea: «La riforma del WTO dovrebbe riguardare tutte le sue tre funzioni fondamentali: negoziazione, monitoraggio e decisione, nonché la risoluzione delle controversie, compresa una corte d’appello funzionante».

 

Breve storia del WTO  

L’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) o World Trade Organization (WTO) in inglese nacque nel 1947, a Ginevra, con l’Accordo generale sulle tariffe e sul commercio (GATT), siglato da 23 Paesi che davano vita a un sistema di norme riconosciute a livello internazionale in materia di scambi. L’idea di fondo era quella di porre in essere condizioni di parità per tutti i membri attraverso «la riduzione sostanziale delle tariffe doganali e delle altre barriere commerciali, come pure l’eliminazione del trattamento discriminatorio in materia di commercio internazionale».

Il GATT, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale furono i tre pilastri del sistema di Bretton Woods di relazioni economiche internazionali realizzate, nate all’indomani della Seconda guerra mondiale su impulso degli Stati Uniti. Nel 1995 è stata istituita, sempre a Ginevra, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, erede del GATT e di altri accordi internazionali generali.

Secondo quanto riporta il sito del Parlamento Europeo, le statistiche dimostrano che esiste un chiaro nesso tra il commercio internazionale libero ed equo e la crescita economica mondiale.

L’obiettivo delle attività del WTO è promuovere il libero scambio, garantendo che nel quadro delle trattative commerciali i paesi mantengano vivo lo slancio volto all’eliminazione delle barriere commerciali. Il WTO è attualmente costituito per due terzi da Paesi in via di sviluppo, il che consente alle economie in transizione e ai Paesi meno avanzati di servirsi del libero scambio per avanzare in materia di sviluppo.

 

Alessandro Fuso

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