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Corsa al Quirinale: Follini, Casini e il cacio sui maccheroni.

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“Manca il cacio sui maccheroni, ma questo piatto di pasta è buono lo stesso.” Con questa battuta la componente dell’Udc in seno alla maggioranza di centrodestra del governo Berlusconi nel 2005 diede il via libera in Commissione Affari Costituzionali alla Camera dei Deputati alla riforma elettorale che poi prese il nome, con felice confessione di uno dei suoi estensori, il leghista Calderoli, di Porcellum.

Il formaggio che non era stato grattugiato sopra la riforma erano le preferenze. All’ultimo momento il Cavaliere, allora a capo del Governo di centrodestra che stava per concludere la legislatura iniziata con il trionfo elettorale del 2001, decise che la riforma dovesse prevedere le liste bloccate per meglio garantire la fedeltà dei nuovi eletti al partito e impedire l’imperante trasformismo. Sul punto l’Udc guidato dall’allora segretario Marco Follini sembrava essere irremovibile. Il capogruppo dell’Udc in Commissione riferita l’imprevista richiesta del leader di Forza Italia a Follini ricevette l’indicazione di negare il voto dei neo-democristiani alla riforma e aprire di fatto la crisi di governo.

Ma prima di rientrare in Commissione e porre il veto ritenne opportuno chiamare al telefono, dopo il no del segretario, il vero leader del partito: Pier Ferdinando Casini, allora assiso sullo scranno di Presidente della Camera. Casini ci pensò su un attimo e poi diede il via libera alla riforma, rinsaldò il patto con Berlusconi, inaugurando di fatto la stagione dei parlamentari nominati dai leader di partito. E così fu tutto un fiorire di Razzi&Scilipoti, fino ai contemporanei Ciampolillo.

Consapevole di andare contro l’indicazione del suo amico e segretario di partito Casini preferì le ragioni della politica a quelle dell’amicizia e del credo democristiano, che sull’istituto delle preferenze aveva costruito il suo perfetto equilibrio di forza e coesistenza fra le correnti. Sul punto si ruppe l’amicizia di una vita. I due gemelli della DC, delfini di Bisaglia che spesso parlando di loro diceva: “Ho due figli, uno bello e uno intelligente” sulla legge elettorale chiusero il loro sodalizio.

Ma forse quella fu solo l’ultima goccia: in realtà i due avevano già da tempo una visione differente sul futuro ruolo che la politica avrebbe dovuto svolgere. Con quella scelta sulle preferenze i partiti stavano decidendo quale ruolo affidarsi. Follini in quel rinnegare le preferenze intuì che i partiti inconsapevolmente stavano per dare l’avvio alla stagione dell’antipolitica. Casini preferì il calcolo del momento e scelse la fedeltà al leader della coalizione e l’opportunità da leader di partito, anche se piccolo, di poter determinare la composizione e sorti delle sue future “truppe cammellate”.

I motivi di quella rottura li rivela dopo 16 anni lo stesso Marco Follini sulle colonne della sua rubrica ospitata sulle pagine dell’Espresso: “Ci hanno diviso un bel po’ di cose. Una soprattutto: la legge elettorale del 2005, che lui ha fortemente voluto e io ho (forse troppo debolmente) avversato. Punto. Di qui è nato uno di quei litigi che noi democristiani amministriamo quasi sempre con un misto di animosità e pazienza.”

Una rivelazione in piena regola che assume un valore ancora più importante perché in quella stessa riflessione Follini spiega le ragioni per le quali ritiene che, nonostante tutto e nonostante quell’episodio, il suo vecchio amico Casini possa essere il più papabile candidato a divenire presidente della Repubblica nel gennaio del 2022 dopo Sergio Mattarella. Garbo democristiano, che non è mai piaggeria, ma piuttosto solido ragionamento politico. Follini da tempo ha lasciato la politica, anticipando scelte che poi Casini ha compiuto con qualche anno di ritardo.

Follini per primo divenne critico con Berlusconi, per primo abbandonò il centrodestra, per primo si rese conto della deriva leghista verso un populismo antipolitico, per primo approdò alla sponda sinistra dove gli ex democristiani avevano trovato dimora, ovvero nel PD. Casini, oggi decano dei parlamentari, eletto a Bologna proprio nelle liste del Partito Democratico, può essere considerato uno dei pochi politici capaci di aver attraversato una vita pubblica senza commettere mai passi falsi.

Ha guadato il Rubicone che divide il centrodestra dal centrosinistra senza destare scandalo. Conosce la macchina repubblicana alla perfezione. Ha crediti con molti e debiti con pochi dentro il Palazzo. Garantisce tutti, perché di nessuno è espressione, se non di una tradizione che se pur negletta dalla storia e dal voto popolare, resta fondamentale per reggere le sorti dell’ingranaggio repubblicano.

Di certo quella di Follini è stata una previsione molto anticipata, fin troppo, quasi da destare il sospetto di uno sgarbo gentile, ma che se si realizzasse cadrebbe perfetta sul finale della carriera politica dell’ex amico. Proprio come il formaggio sui maccheroni che nel 2005 Casini accettò di non grattugiare. 

 
Antonello Barone
 
 
 

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marcor
marcor
28 Agosto 2021 14:38

Meglio Pomicione, che é più simpatico.