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Guarire le sanità

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C’è un elemento disarmante nell’attuale dibattito sulla pandemia, un dibattito importante, quanto inevitabile e necessario. Si discute molto di chiusure e riaperture, di vaccini e vaccinati, di ristori e posti di lavoro. Tutti fattori determinanti per il futuro della società. Quello che resta nell’ombra è invece la necessità di un intervento profondo sul sistema sanitario e sulle strategie da seguire per affrontare un futuro in cui dovremo continuare a lungo a fare i conti con il virus, anche se vi è da augurarsi senza gli effetti tragici dell’ultimo anno.

Questo perché se è ormai accertata la validità dei vaccini per difendere le persone dagli effetti più gravi della malattia, è altrettanto provato che la vaccinazione non esclude la possibilità di essere contagiati e contagiosi e peraltro è altrettanto accertato che la protezione del vaccino ha una durata limitata nel tempo e potrà richiedere dopo un anno ulteriori richiami soprattutto se il virus difenderà se stesso con le ormai troppo note varianti.

L’efficienza del sistema sanitario ha questo punto fondamentale perché è importante che non si ripeta quanto avvenuto all’inizio della scorsa estate quando, superata la fase più drammatica della prima ondata non si è fatto praticamente nulla, non si è approntato nessun progetto di riforma, non si è attuato nessun intervento per rinforzare i due estremi degli interventi sanitari: da una parte le terapie intensive, dall’altra i medici di base. Con un governo che ha costantemente rifiutato i prestiti europei, il Mes, che a tasso zero avrebbero permesso rilevanti interventi strutturali.

Eppure era già evidente nei mesi di marzo e aprile dello scorso anno che il sistema delle terapie intensive era inadeguato con 12,5 posti letto ogni 100.000 abitanti contro i 29,2 della Germania e i 34,7 degli Stati Uniti, posti letto peraltro già normalmente occupati per almeno un terzo per le “tradizionali” patologie. Senza dimenticare che ogni posto letto richiede adeguato personale di assistenza sia medico che infermieristico

Così come era evidente, soprattutto in Lombardia, che uno dei problemi maggiori è stato, e purtroppo rimane, il mancato collegamento tra ospedali e territorio con il sistema dei medici di base che non è stato dotato dei necessari strumenti per curare i contagiati a casa evitando il più possibile i ricoveri.

Anche l’avvio della campagna di vaccinazioni ha messo in luce più di un problema. In primo luogo l’iniziale confusione tra le competenze nazionali e quelle regionali, una confusione che peraltro si è spesso negli ultimi mesi trasformata in uno scaricabarile delle responsabilità. E poi è stata la prova evidente che per affrontare un problema complesso, come quello di vaccinare nel più breve tempo possibile almeno quaranta milioni di italiani, non si richiede tanto l’autorità quanto la competenza e la professionalità.

Il Governo precedente aveva nominato commissario straordinario Domenico Arcuri, un manager di buona volontà, il cui intervento si era basato sulla realizzazione di nuove strutture, le cosiddette “primule” da installare nelle piazze delle principali città. Strutture da costruire una per una con tempi lunghi e costi rilevanti anche se coperti da sponsor, comunque tutti da trovare.

Dopo pochi giorni dal suo insediamento, Mario Draghi ha cambiato totalmente strategia. Ha nominato un generale, Francesco Paolo Figliuolo, con una grande esperienza e competenza nella logistica, che ha subito cercato grandi spazi già esistenti, come i padiglioni di Fieramilanocity o di Malpensafiere, o tendoni di facile e rapida installazione con vaste aree di parcheggio e facilmente raggiungibili dai mezzi pubblici.

 

Il sistema sanitario avrebbe bisogno di un analogo cambio di passo.

Anche in Lombardia dove il positivo rapporto pubblico/privato ha permesso di creare grandi eccellenze nelle cure ospedaliere, ma dove l’impegno della regione ha lasciato in secondo piano quella medicina di base che è importante in una visione complessiva della cura, comprendendo quindi anche la prevenzione e la capacità di intervento domiciliare. Se è vero infatti che l’Italia ha una delle speranze di vita più alte (più di 80 anni), è altrettanto vero che in medie le patologie croniche e le disabilità iniziano a manifestarsi in media a 57,5 anni il che pone il nostro paese ai livelli bassi nelle classifiche internazionali.

Il sistema sanitario italiano ha bisogno di qualcosa di più di un tagliando. Ci vorrebbe un nuovo progetto capace di valorizzare i punti di forza e superare le carenze che si sono manifestate. Ma come ha ammesso sconsolatamente lo stesso Draghi nella sua prima conferenza stampa: “Non abbiamo alcun piano per la sanità.” E questo dopo un anno di pandemia con gli effetti che conosciamo molto bene.    

 

Gianfranco Fabi

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stefano
stefano
12 Aprile 2021 15:26

Scappare dal quel paese li.