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Il Molise e il Covid: il fallimento di un’iperbole.

Non esisti, finché non muori.

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Ci siamo illusi che uno slogan auto ironico potesse essere la pietra angolare sulla quale costruire un destino di rivalsa. E invece, come spesso accade, è stata una profezia che si è auto avverata. Tristemente. Il Molise non esiste. Non esiste all’attenzione delle cronache del racconto nazionale sulla tragedia della pandemia. Non è esistito fra le priorità del governo appena evaporato. Chissà se esisteremo nelle gerarchie di quello nato da pochi giorni. 

Abbiamo creduto che questa dimensione lillipuziana fosse la formula magica per evitare di soccombere alle prove della contemporaneità. Nei racconti estivi dei turisti italiani che ci hanno scoperti perché impossibilitati a viaggiare all’estero – e cosa c’è di più esotico di scoprire la regione che non esiste? – ci siamo rispecchiati inorgogliti, credendo che la pandemia in fondo ci avesse dato più di quando ci stava togliendo. Qualche morto in cambio di un’inaspettata visibilità.

Ma un anno dopo, alla presa con la seconda terribile ondata, sotto la sferzata violenta della variante inglese il castello di cartapesta è venuto giù e ci stiamo accorgendo che banalmente esistiamo solo con tutte le nostre deficienze, incompletezze, incapacità.

Perché la scelta di restare così piccoli, tanto da non esistere fino a farlo diventare un vanto, è il risultato di un’autonomia che abbiamo preteso, difeso, come feticcio dietro il quale rappresentarci grandi, dotati, capaci, come le altre regioni italiane, senza averne la forza, la dimensione. La possibilità. Le responsabilità della situazione che oggi vive il Molise non vanno cercate a Roma. Non vanno cercate fuori da noi.

Il Molise, la sua classe dirigente, ma anche chi svolge un ruolo nella società civile, quello di vigilare sulla vita politica e allertare l’opinione pubblica quando le cose no non vanno bene, hanno buttato nel cestino un decennio di tempo per riflettere sulla nostra dimensione e sul senso della nostra autonomia e poi hanno sprecato l’ultimo anno senza saper costruire una soluzione possibile per fronteggiare un evento che da ormai diversi mesi ha perso la caratteristica dell’imprevisto.

La nostra comunità, nessuno escluso, non è stata capace a predisporre tutto quello che sarebbe stato necessario per proteggere i propri cittadini. Nessuna ridefinizione del sistema dell’offerta sanitaria nonostante le importanti provviste economiche messe a disposizione dallo Stato nel marzo scorso è stata approntata. Gli ospedali dismessi di Larino e Venafro, sono stati lasciati colpevolmente nel loro stato di abbandono, ignorando le voci di molti, evidentemente troppo flebili contro la forza di altre logiche, che chiedevano fin da subito di utilizzarli per l’emergenza dotandoli di nuove attrezzature, di nuovi medici, di nuove speranze in caso il virus avesse portato un nuovo attacco.

Le morti del 2020 sono un orrore. Morti dovute alla sorpresa, all’impreparazione. Colpiti alle spalle da un nemico apparso all’improvviso. Certo anche alcune di quelle vittime sono il prodotto di colpe antiche, di una regione che non si è fatta trovare pronta all’evento del secolo. I responsabili si perdono nei meandri della memoria dannata di un paese barocco che si regge su una burocrazia deresponsabilizzante, fra commissari alla sanità e politici eletti che si rimbalzano gli oneri dell’inerzia e gli onori della visibilità. Protetti dalla consapevolezza che quando sono così tanti i responsabili alla fine nessuno sarà indicato come colpevole.  

Le morti di questi ultimi giorni, invece, sono il prodotto di colpe recenti, chiare. Evidenti. Colpe senza alibi possibili. Hanno nomi e cognomi. Non possono non averne. Non possiamo far finta di non vedere, di non sapere. Decisori che hanno omesso, sottovalutato, atteso, sperato, confidato. Sbagliato. In ultima istanza fallito. Il collasso del sistema sanitario molisano sotto la pressione dei nuovi contagi non è una sorpresa. Non è un imprevedibile accidente del destino.

Se il sistema sanitario fosse collassato tra il marzo e il maggio dello scorso anno non ci saremmo sorpresi. Il “fate presto” urlato un anno fa era lo sfogo della disperazione di chi sapeva delle nostre debolezze e di fronte al pericolo che avanzava e alla consapevolezza che non c’erano armi e mezzi per contrastarlo, disperatamente cercava qualcuno, anche fuori Regione, che assumesse su di sé il potere della reazione. Anche della supplenza salvifica.

Passata la prima mareggiata non siamo stati spazzati via, nonostante la penuria di posti letto nelle terapie intensive, perché la durezza del primo lockdown ha evitato che la diffusione del virus dilagasse. Tirare un sospiro di sollievo e attribuire il merito dello scampato pericolo all’efficienza e alla solerzia del modello sanitario regionale non solo è stato ridicolo, ma alle prova dei fatti è stato dannatamente spericolato. Non esisteva il modello italiano, ancor meno poteva esistere il modello molisano.

Oggi dunque chi nel marzo 2020 lanciò l’allarme inascoltato ha il diritto e il dovere di poterlo chiedere senza paura di risultare retorico: da maggio scorso ad oggi cosa è stato fatto per prepararci alla seconda ondata, che molti avevano correttamente annunciato? La tragica evidenza è che non è stato fatto semplicemente nulla. Nulla di sensato, di necessario. Di efficace.

E così nel febbraio del 2021, un anno dopo l’inizio della pandemia in Molise si muore non solo nelle terapie intensive dell’unico reparto Covid della regione, ma anche nelle stanze del reparto di malattie infettive e nei corridoi delle zone grigie degli ospedali che si è deciso non dovessero gestire l’emergenza. Si muore nei pronto soccorso. Probabilmente si muore nelle case, nella quali il sistema sanitario non ha neanche più la forza di arrivare con un’ambulanza per dare quell’ossigeno così indispensabile per affrontare la sfida contro il virus. Muoiono gli anziani con una, due o tre patologie pregresse e muoio giovani uomini e giovani donne.

Nel Molise che non esiste, ora esiste una morte in eccedenza.
Esiste un dolore concreto che si insinua dentro le nostre vite e strazia lo scorrere quotidiano dell’esistenza delle famiglie, che lacera le comunità. Esiste una consapevolezza nuova che ci ammonisce sul come basti essere di qua o di là da un confine burocratico segnato solo su una cartina politica dell’Italia per potere sperare di vivere e di non morire se si dovesse avere bisogno dell’intervento della sanità pubblica.

Ecco in Molise esiste la prova che il principio di uguaglianza e il diritto alla salute che la nostra Costituzione affermano, si stanno sbriciolando settanta anni dopo a causa delle nostre discutibili scelte compiute negli anni.
Esiste una responsabilità condivisa da tanti, in cui il rito della delega consapevole è stato svilito e sacrificato all’interesse di parte, invece che a quello comune.
Esiste un Molise, che alla fine di questa tragedia dovrà decidere se per continuare ad esistere come comunità dovrà finalmente prendere coscienza che non è più in grado di esistere nella sua dimensione di regione autonomia.
Perché una cosa è evidente: quello che non esiste più in Molise è la sanità pubblica.

 
 
Antonello Barone

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Gianluca
Gianluca
21 Febbraio 2021 18:07

In quanto molisano, lei dovrebbe conoscere la genesi dell’autonomia dall’Abruzzo, ottenuta nel 1963 grazie all’interessamento interessato del PCI, che volle staccare il piccolo Molise (appena 300.000 abitanti) dal “bianco” Abruzzo, onde farne una propria enclave. Missione compiuta ed ecco i risultati. Glielo dice uno che vivendo in Romagna (1.000.000 ab.) ha sbattuto contro il muro di gomma eretto dai comunisti medesimi, contrarissimi ad ogni ipotesi autonomistica dall’Emilia. Ecchè vogliamo distruggere la regione-modello? Manco i confini storici permettono di tracciare, per cui la Romagna, non avendo confini, esiste solo come modello folkloristico. Vai col liscio!