Il welfare in Italia non c’è più

Al 1° gennaio 2019 gli individui residenti nel Paese con 65 anni di età ed oltre ammontavano a 13,8 milioni, pari al 22,8 per cento del totale della popolazione. Nel 2009 sfioravano i 12 milioni e costituivano il 20,3 per cento. Ma è andando ancora più a ritroso nel tempo che ci si può rendere conto di quanto potente e prodigiosa possa essere stata la crescita della cosiddetta popolazione “anziana”: da 4,6 milioni nel 1960 (9,3 per cento) a 7,4 milioni nel 1980 (13,1 per cento), a 10,3 milioni nel 2000 (18,1 per cento)

 

Il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione è ormai un processo ineludibile in quasi tutti i paesi sviluppati. Si tratta di una realtà la cui intensità dipende sia da una forte e diffusa caduta della natalità, sia dalla generalizzata conquista di una sopravvivenza sempre più lunga; ma è anche l’effetto della presenza di coorti formatesi in epoche ad alta natalità, talvolta veri e propri baby boom, che stanno via via raggiungendo i vertici della piramide delle età.

 

Oltretutto nel 2020 è stato archiviato un nuovo minimo storico di nascite dall’unità d’Italia, e un massimo storico di decessi dal secondo dopoguerra. Quasi 16 mila nati in meno rispetto al 2019. Nel 2020 sono stati iscritti in anagrafe 404.104 neonati. Mentre i decessi sono aumentati di quasi 112 mila in più rispetto al 2019. Nel 2020 sono state cancellate dall’anagrafe per decesso 746.146 persone. Lo rileva l’Istat nel report “La dinamica demografica durante la pandemia covid-19- anno 2020”.

Questi numeri portano il saldo al 31 dicembre 2020, della popolazione residente in Italia a 59.257.566 unità, 383.922 in meno rispetto all’inizio dell’anno (-0,6%): è come se fosse sparita una città grande come Firenze.

 

L’invecchiamento della popolazione sta rimodellando gran parte degli assetti sociali ed economici, con conseguenze pervasive e trasversali che si riflettono nel campo della produzione, del consumo, nel mercato del lavoro e soprattutto del welfare, nel cui ambito sanità e sistema previdenziale sono, e saranno sempre più, costretti a fare i conti con una questione demografica”.

 

L’impatto che da questa ne deriva è in primo luogo assai rilevante sul piano economico in quanto può modificare il potenziale di crescita economica di un Paese, può costringerlo a rivedere l’organizzazione dei processi produttivi anche in relazione al mutamento prospettico della domanda di beni e servizi, può alterare quantità e struttura del capitale umano a disposizione comportando un marcato effetto nel mercato del lavoro.

Considerando, poi, la necessità di dover sostenere un numero crescente di prestazioni previdenziali, assistenziali e sanitarie, l’invecchiamento della popolazione porta con se anche un importante fabbisogno di welfare.

 

Il Welfare, in un paese come l’Italia, è supportato dal sistema di rete familiare, sistema che fino a oggi ha permesso cure e assistenza a una vasta platea di individui anziani, in parte surrogando quelle che sono competenze delle amministrazioni centrali e territoriali dello Stato.

All’orizzonte di una prospettiva che vedrà crescere il numero dei potenziali anziani nel volgere di qualche decennio, ci si chiede se, e fino a quando, il sistema di welfare all’italiana possa continuare a reggerne l’urto.

E’ essenziale un profondo cambiamento culturale; un approccio innovativo che sia capace di trasformare il concetto stesso di anzianità verso cui le persone guarderanno pensando a se stesse domani.

Insomma, c’è un Mondo da ripensare ed è importante che ciascuno di noi lo faccia a partire da se stesso, prenda atto di quanto le cose siano cambiate e cambieranno ancora, ne prenda atto e scelga come operare, fin da subito.

 

 

Leopoldo Gasbarro

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Hermes
Hermes
7 Aprile 2021 8:47

Ed i 250 euri mese a figlio? Sarebbe anche giusto se servisse a supportare una natalità ormai a livelli tragici.
Ma penso piuttosto che andrà al nomade con 10 figli che quindi prenderà 2500 euri al mese.
Facendoli anche lavorare (!) già in tenera età e quindi facendogli produrre reddito ?
E chi paga?