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La perenne tentazione di vincoli e controlli

Quel fragile diritto di proprietà

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“Libertà va cercando ch’è si cara”.

Le parole che Virgilio rivolge a Catone Uticense, custode del Purgatorio, per presentargli Dante sono forse le più adatte per iniziare un commento sul tema della libertà in questo Settecentesimo dalla morte del Sommo poeta. “Come sa chi per lei vita rifiuta” aggiunge Virgilio riferendosi al suicidio che lo stesso Catone attuò per non finire sotto la tirannia di Cesare.

Libertà. Una parola usata spesso a sproposito per rivendicare la possibilità di non rispettare le regole che il buon vivere civile e la sicurezza di tutti impongono alla società.

Certo, non sempre lo Stato si muove imponendo “poche e chiare regole”. Come guidare l’automobile con la patente, tenere la destra e rispettare i semafori. Ma quando si impone la scelta dell’auto, come avveniva nella Germania Est, o si gravano di eccessive tasse gli automobilisti, o si limita il diritto di proprietà sulla propria casa, forse qualche ragione per protestare ci potrebbe essere.

La libertà è un valore altrettanto importante quanto fragile e delicato. Un valore che è proprio della prospettiva umana, un valore che non può viaggiare da solo, ma che deve continuamente e giustamente fare i conti con il tema della responsabilità. Così come è strettamente collegato alla dimensione della proprietà privata, una dimensione che se è vero che non può essere assoluta, è altrettanto vero che troppo spesso è ingiustamente limitata e compromessa.

“In nome della proprietà” è, a questo proposito, il libro curato da Sandro Scoppa (Ed. Rubbettino, pagg. 142, € 14) in una collana, promossa da Confedilizia, che ha proprio come titolo “Biblioteca della libertà”. Questo volume, introdotto da Giorgio Spaziani Testa e completato da Corrado Sforza Fogliani, raccoglie i testi riveduti e corretti delle lezioni tenute alla undicesima edizione della Scuola di liberalismo di Catanzaro, promossa e guidata dallo stesso Scoppa.

Il percorso di questi interventi mette in luce come, sia da un punto di vista teorico, che dall’osservazione empirica della realtà, quello che fa crescere l’economia insieme alla società, è un’armonia virtuosa tra l’iniziativa dei singoli e una costruzione statale fatta di regole semplici e fatte rispettare. Il pericolo dello statalismo peraltro appare sempre attuale, uno statalismo che rischia di limitare insieme libertà e diritto di proprietà.

“L’esistenza di tale nesso – spiega Scoppa – è indiscutibile, perché soltanto la protezione della proprietà è in grado di assicurare a ogni individuo quella sfera di autonomia che l’espansione dei poteri pubblici e delle burocrazie finisce per dissolvere.”  

Ed è proprio nel campo delle leggi sull’edilizia, sull’urbanistica, sugli affitti, sugli espropri che l’esperienza italiana presenta elementi tali da mettere in seria difficoltà una prospettiva di vera libertà. Basti pensare, come osserva il presidente di Confedilizia, che le attuali regole sugli affitti commerciali rimangono sostanzialmente quelle introdotte nel 1978 con la legge sull’equo canone “i cui vincoli – afferma Spaziani Testa – stridono in modo eclatante con le dinamiche dell’economia in continua evoluzione”.

Le limitazioni al diritto di proprietà, penalizzando gli investimenti in immobili, costituiscono peraltro uno significativo ostacolo alla crescita della competitività del sistema Paese. Senza dimenticare che con la pandemia ha ripreso quota la perenne tentazione statalista di dirigere e regolamentare.

Se Dante tornasse a fare il suo viaggio probabilmente metterebbe gli inveterati statalisti più all’Inferno che al Purgatorio.

 

Gianfranco Fabi

 

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