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La sandbox per superare la difficile convivenza tra innovazione e tradizione

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In Italia, spesso si parla di innovazione e di semplificazione come di due elementi cardine per lo sviluppo economico-sociale del Paese, peccato però che vengano il più delle volte trascurati o addirittura ignorati per far spazio a tradizioni che ancora condizionano lo svolgimento delle attività economiche e civili.

Nello specifico, mi riferisco al ricorso del Consiglio nazionale del notariato, recentemente accolto dal Consiglio di Stato, contro il decreto varato nel 2016 dal ministero dello Sviluppo Economico per consentire di avviare una start-up innovativa in forma di srl solo compilando un modello standard costitutivo, da firmare in digitale direttamente sul sito del Registro delle Imprese.

In un contesto che si indirizza verso la digitalizzazione, il provvedimento ministeriale appare addirittura lungimirante se si pensa che la sua adozione sia avvenuta in un periodo in cui di digitale non se ne parlava ancora quanto oggi.

Semplificare significa incidere nello svolgimento di determinate attività e un atto come quello adottato dal MISE aveva la funzione di agevolare la vita delle startup innovative sia in termini economici sia in termini burocratici, ciò che potrebbe portare degli evidenti vantaggi anche nell’ambito della ricerca perché l’Italia, va detto, può vantare delle importanti eccellenze nell’ambito dell’innovazione che spesso però vengono depresse dalla mancanza di incentivi e facilitazioni concrete.

A seguito di una tale sentenza la soluzione potrebbe essere ricercata nell’estensione del modello della regulatory sandbox anche a questo ambito, consentendo proprio alle start-up innovative di accedervi per un periodo di tempo che ne consenta l’avvio senza gravare ulteriormente su di esse. Tale modello è utilizzato già con risultati soddisfacenti per molte start-up in ambito finanziario agevolandone l’integrazione con il contesto competitivo nel quale andranno poi a relazionarsi.

Ogni iniziativa può rivelarsi determinante, anche perché le competenze italiane nella ricerca sono evidenti a tutti.

Lo dimostra plasticamente, ad esempio, quanto emerge dall’Annuario Scienza e Società 2020, da cui si evince che l’Italia è il 27° Paese al mondo per investimenti in ricerca e sviluppo ma ben l’8° quanto a resa dei progetti, come a dire che “facciamo le nozze con i fichi secchi”, spremendo risorse e competenze ben oltre il limite e che ci viene pure bene.

In un tale contesto, quindi, anche il più piccolo incentivo alla semplificazione potrebbe rivelarsi determinante. Al netto di tali considerazioni, il Consiglio di Stato ha stabilito di accogliere il ricorso, in quanto il testo adottato dal Ministero non aveva facoltà di incidere sugli atti necessari ad avviare l’impresa innovativa e ha ampliato, senza adeguata copertura legislativa, i controlli dell’ufficio del Registro delle imprese, riaffermando il ruolo centrale del controllo del notaio sulla costituzione di s.r.l.

La pronuncia ha poi stimolato la vibrante reazione dell’intergruppo parlamentare per l’innovazione i cui membri, temendo un ritorno all’analogico, si sono affrettati nel chiedere al Governo di adoperarsi per risolvere la questione. Tra l’altro, come spesso accade, tra l’adozione del decreto e la sentenza, diverse imprese hanno beneficiato del modello semplificato, andando incontro ora ad un vuoto normativo importante che li pone in un limbo difficile da dirimere.

Quanto accaduto, tuttavia, e a prescindere dalle opinioni di merito che riguardano il ruolo di quelle che, a tutt’oggi, rimangono delle importanti istituzioni del nostro Paese, fa emergere con forza le questioni relative all’identità, alla firma digitale e alla certificazione degli atti in forma decentralizzata, ovvero adottando una blockchain.

Mentre negli altri paesi si corre riguardo queste ed altre questioni, agevolando imprese, cittadini ed alleggerendo loro il peso burocratico, noi rimaniamo fermi ad interrogarci se ciò sia o meno legittimo.

 

 

Maurizio Pimpinella

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