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L’inflazione non è più quella di una volta

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Due notizie:

La prima è che i prezzi al consumo negli Stati Uniti sono aumentati ad aprile dello 0,8%.

La seconda riguarda gli analisti che avevano previsto lo 0,2%, esattamente un quarto del livello raggiunto. E così il balzo in avanti dei prezzi ha confermato gli allarmi che si sono susseguiti nelle ultime settimane. Con un clamoroso errore di previsione in un sistema economico in cui le analisi dovrebbero essere assistite dai tanto decantati big data e dall’intelligenza artificiale. Ma che gli esperti si sbaglino non è una novità. Le previsioni sono spesso semplicemente auspici, tentativi di assecondare quello che i mercati vorrebbero.

A parziale scusante degli analisti vi è il fatto che i tempi attuali hanno caratteristiche profondamente diverse dal passato. La pandemia ha inciso profondamente e peraltro in maniera asimmetrica con settori che hanno tenuto le posizioni, come quelli dei beni essenziali, degli alimentari, della farmaceutica e settori che hanno dovuto più o meno a lungo fermare o ridurre le produzioni.

Da un paio di mesi, con l’avanzare delle vaccinazioni e la progressiva ritirata del virus nei paesi occidentali, il sistema economico ha come preso la rincorsa per recuperare il terreno perduto. E sono venuti subito al pettine alcuni nodi strutturali.

E’ il caso della mancanza dei chip che hanno bloccato la produzione di computer, videogiochi e automobili. Così come sono improvvisamente saliti i prezzi delle materie prime spinti da una forte domanda sia per le produzioni, sia per ricostituire le scorte. Non solo il petrolio è tornato al livello di due/tre anni fa, ma, per esempio, i prezzi del minerale di ferro sono raddoppiati negli ultimi dodici mesi così come i prezzi del rame sono ai massimi da dieci anni.

Per non parlare delle quotazioni, tutte al rialzo di granturco, soia e frumento. E anche beni di cui non si parla spesso, come il legno, sono entrati sotto i riflettori: i contratti future sul legname negoziati sui mercati finanziari sono passati da una quotazione di poco più di trecento a 1.500 dollari e questo perché la richiesta di nuove abitazioni negli Stati Uniti continua a essere elevata.

Così come elevata è la richiesta di automobili che ha portato a livelli record le quotazioni delle auto usate. Le case automobilistiche hanno tagliato la produzione all’inizio della pandemia e le agenzie di noleggio hanno ridotto gli acquisti per le loro flotte, portando alla carenza di veicoli usati. La domanda è salita alle stelle anche perché molti americani hanno fondi da spendere grazie agli stimoli governativi e preferiscono usare l’auto al posto dei mezzi pubblici.

Il risultato di tutti questi fattori è che su base annua gli aumenti dei prezzi negli Stati Uniti sono al 4,2%, più del doppio dell’obiettivo della Banca centrale.

Riecco quindi l’inflazione, ma un’inflazione profondamente diversa da quelle del secolo scorso e di fronte alla quale l’unica arma che appare disponibile, e che infatti è stata annunciata dalla Fed, è la speranza che dopo questa fiammata si possa, magari gradualmente, tornare alla vecchia normalità.

Non sarà facile perché la risposta alla pandemia è stata la rottura degli argini dei debiti pubblici, è stata la rinuncia al controllo della massa monetaria e quindi l’immissione sui mercati di fiumi di capitali, è stata la necessità di tenere ai livelli più bassi, anche negativi, i tassi di interesse.

Ma c’è una domanda, magari maliziosa, che non ci si può non fare. Ci sarà veramente un interesse dei governi e delle banche centrali a contrastare questa nuova inflazione? In fondo l’inflazione è sempre stata nella storia una delle medicine più efficaci per ridurre il peso dei debiti. E gli Stati Uniti, così come l’Europa, stanno cercando di contrastare la crisi con una crescita della spesa pubblica, e quindi del debito, senza precedenti.

 

Gianfranco Fabi

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