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L’istruzione ai tempi della quiete dopo la tempesta

L'istruzione ai tempi della quiete dopo la tempesta
L'istruzione ai tempi della quiete dopo la tempesta
L'istruzione ai tempi della quiete dopo la tempesta
L'istruzione ai tempi della quiete dopo la tempesta

Scuole chiuse e didattica sospesa.

Il Covid-19 sta cambiando il volto dell’istruzione italiana.

Fuori da ogni stigmatizzazione e paternalismo circa il potere liberatorio della cultura da un’eterna condizione di ignoranza, quella praticata per il tramite dell’insegnamento riserva una caratteristica essenziale: la reciprocità, spezzata quando il legame insegnante-discente-classe non può praticarsi per ragioni di salute pubblica.

Il Covid-19 ha ufficialmente comportato la chiusura degli istituti di ogni ordine e grado, interrompendo le lezioni e lasciando alla discrezione dei dirigenti scolastici ed insegnanti la Didattica a Distanza (DAD). Una metodologia in grado di innovare definitivamente l’istruzione, già in voga ai piani alti delle università, ma che tra scuole, licei ed istituti sta scuotendo i timori di maestri e professori già tutti attrezzati coi dispositivi necessari per accedere alla Rete.

Un problema noto al Governo che con il nuovo Decreto ha sancito definitivamente l’ammissione di tutti gli studenti all’anno successivo (previa valutazione degli insegnanti in riferimento all’impegno dimostrato) ovvero all’esame di Stato, perché quandanche un solo studente non fosse stato raggiunto con i metodi previsti dalla DAD, deve essergli riconosciuta almeno una possibilità per il superamento dell’anno scolastico con eventuali debiti formativi da azzerare il prossimo anno.

Non solo. Da uno studio condotto da SGW intitolato “Radar – Niente sarà più come prima”, tra i ragazzi che hanno usufruito della DAD, il 59% ha riscontrato difficoltà di dialogo con i docenti e al 61% degli stessi studenti, i compiti e le attività assegnate sono risultate poco o troppo poco chiare. Il problema è dipeso da come gli insegnanti e l’istituzione scolastica ha affrontato il problema, e soprattutto la percezione di come è stata trattata l’emergenza: secondo il 28% dei genitori, scuola ed insegnanti non sono stati efficaci nell’organizzare ed attivare i sistemi di didattica a distanza.

Certamente non è stata una delle decisioni migliori possibili ma le disposizioni concernenti il Decreto Istruzione sono frutto di una soluzione tempestiva, resa necessaria dall’emergenza innescata dalla pandemia, perciò chi si siede sul ciglio della via della critica dovrebbe non tanto ricusare i metodi scelti, quanto muovere più profonde riflessioni, tra tutte quella della necessaria digitalizzazione del Paese.

Il terzo millennio ci mostra quanto il traffico telefonico, la rete wifi e i dispositivi elettronici siano diventati beni di prima necessità, e come internet si stia dimostrando il più fenomenale mezzo di informazione. È equo, è libero, è per tutti (forse): qualsiasi domanda ha una risposta, e nessun quesito posto sembra mai troppo scontato.  Va sempre e comunque tutto verificato.

In un momento come questo, in cui l’unico metodo di insegnamento possibile è quello che passa per l’online, tramite piattaforme digitali appositamente dedicate, la tecnologia è capace di diventare un’alleata estremamente potente per combattere l’ignoranza e l’analfabetismo.

In un’emergenza come questa che stiamo vivendo che, anche se attenuata ci accompagnerà ancora per qualche anno, la tecnologia da implementare e promuovere, soprattutto laddove se ne riscontrasse una mancanza, diverrebbe un valido supporto alla conoscenza ed alla cultura, fruibile non solo per il tramite di insegnanti e docenti, ma anche attraverso libri, articoli, manuali, siano essi digitali.

Non si mette in discussione il ruolo degli insegnanti, ma se momentaneamente non può praticarsi l’insegnamento vero e proprio mediante il dialogo, di certo non può essere arrestata né la conoscenza né la cultura che rimangono, pur sempre, il risultato di un percorso di ricerca personale. Questo non vuol essere il pane dei più severi insegnanti, non si mette in dubbio il lavoro svolto: come amava recitare Socrate, solo i maestri conservano il dono di ispirare i propri allievi. Ma si opta per una sintesi dell’uno e dell’altro aspetto.

Con una didattica più amichevole e vicina ad ogni singolo studente, si potrebbe abbassare il livello di dispersione scolastica, che dall’ultimo rapporto dell’ISTAT relativo all’anno 2019, si aggirava al 14,50%. Un numero asettico se non confrontato con il tasso di abbandono europeo. Il rapporto comunitario “Educational and training monitor 2018” vede l’Italia come uno dei Paesi con una più alta percentuale di giovani neet (Not in Education, Employment or Training, tra i 17 e 24 anni) pari al 25,70% contro una media europea del 14,3%. Letto in prospettiva ciò significa che l’Italia rischia di perdere un milione di studenti nei prossimi dieci anni passando da nove ad otto milioni. Questa proiezione congela ogni previsione ottimistica e fa dubitare circa l’andamento migliorativo del sistema-scuola in Italia. L’Annuario Statistico 2019 mostra un Paese in cui aumenta il numero dei diplomati, il numero di iscritti alle università (seppur nei corsi triennali) e il numero dei laureati, con un marcato aumento dell’accesso alle università online (+23,9% rispetto al 2016).

Inevitabilmente la pandemia impatterà sulle competenze e sulle conoscenze acquisite, acuendo già il divario con il resto d’Europa. Secondo quest’ultima, l’Italia risulta al terzo posto in Europa per quantità di lavoratori con competenze inferiori rispetto alla mansione ricoperta e al settimo posto rispetto ai lavoratori con competenze superiori al ruolo ricoperto. Per invertire la rotta sembra inevitabile l’adozione di mezzi idonei a incidere sulla forma mentis di ogni singolo studente, capaci di distoglierlo da qualsiasi velleità di abbandono scolastico primo fra tutti la disponibilità di device.

Nel Bollettino del 7 aprile 2020, “Pc e tablet in famiglia(l’Istituto Nazionale di Statistica, calcola che nel biennio 2018-2019, tre famiglie su dieci non disponevano di almeno uno tra pc o tablet, rendendo l’istruzione dei propri figli una remota possibilità o un’odissea quando i device sono centellinati tra i figli e genitori smart-workers. L’effetto marginalizzante di una tale iniziativa potrebbe condurre ad effetti controproducenti nei soggetti socialmente più deboli, rendendo anche il diritto allo studio, libero sì ma dipendente da variabili economiche. Si deve quindi aiutare tutti gli studenti a possedere gli stessi mezzi di fruizione dell’insegnamento: saranno poi le competenze e le capacità personali a fare la differenza. Per tale motivo, solo oggi, il Decreto Cura Italia, all’articolo 120, destina 70 milioni di euro da mettere a disposizione degli studenti meno abbienti i dispositivi digitali, in comodato d’uso, per la fruizione della Didattica a Distanza, nonché per la necessaria connettività di rete.

Ma si deve fare di più. Molte famiglie italiane con figli (soprattutto al Sud e fra i meni abbienti) non dispongono di una connessione in grado di utilizzare gli strumenti didattici a distanza. E’ importante quindi riflettere anche su quali interventi sarà necessario porre attenzione per anticipare problemi sociali che la pandemia potrà portare con sé, cioè nuovi gap di apprendimento tra studenti di diversi contesti socio-economici.

Se fossimo stati al passo con i tempi, i genitori non si sarebbero ritrovati costretti nell’inconsueto ruolo di tutor domestici, un ruolo che non sono capaci di svolgere: l’arte dell’educazione scolastica non può essere improvvisata, serve tempo, dedizione e metodo. Dall’altra una recente indagine dell’Autorità delle Comunicazioni segnala che solo il 47% dei docenti usa le tecnologie digitali quotidianamente e addirittura solo l’8,6% la utilizza per attività progettuali a distanza.

Tanti dati. Tutti che fanno riflettere però.

E così #iorestoacasa e #lascuolanonsiferma hanno prodotto qualcosa di unico ed irrepetibile: da nord a sud, madri e padri sono stati costretti a far appello a quelle conoscenze, oramai desuete relative al paleolitico o alla guerra di secessione; ai polinomi e ai teoremi di Pitagora, alla sintesi clorofilliana, o alla semantica di una frase. Nella speranza che i propri figli non chiedano di recitare “Mattina” di Ungaretti piuttosto che il “Cinque maggio” di Manzoni, il Covid-19 ha mostrato quanta conoscenza è stata perduta, e quanto poco si è esperti di cose e strumenti basilari della nostra vita quotidiana.

Allora forse questo momento potrebbe essere utile per capire, per esempio, quanto non siamo più inclini a scrivere: del resto, credevamo, ci pensa il correttore automatico! E magari tutti sapremmo rispondere: ma il plurale di acacia è acace o acacie?  Del resto, La quiete dopo la tempesta non sarà quella immaginata da Leopardi, il ritorno al “lavoro usato” sarà oltremodo improbabile.

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