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Margaret Thatcher: un’improbabile ambientalista

Margaret Thatcher: un'improbabile ambientalista
Margaret Thatcher: un'improbabile ambientalista

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Margaret Thatcher è stata la prima donna a ricoprire il ruolo di primo ministro del Regno Unito dal 1979 al 1990.

Il suo governo è stato contraddistinto da un approccio laissez-faire, e quindi caratterizzato e da una serie di deregolamentazioni e privatizzazioni. Entusiasta del libero mercato, la lady di ferro è ricordata dai libri di storia come una riformatrice del conservatorismo inglese. Dai più, però, non di certo come un’ambientalista.

Meno risaputo è che Mrs. Thatcher si è laureata in chimica all’Università di Oxford, e che ha poi lavorato come ricercatrice scientifica. Successivamente, spinta dalla sua passione per la politica, ha conseguito una seconda laurea, questa volta in giurisprudenza. Dopo essere stata eletta al Parlamento nel 1959, venne nominata Segretario di Stato per l’Istruzione e la Scienza nel 1970. Solo quattro anni dopo vinse la leadership del partito conservatore, per poi emergere anche alle elezioni nazionali nel 1979.

La sua predilezione per la scienza è rimasta, nel corso degli anni, parte fondamentale della sua identità. Nonostante l’investimento pubblico per la ricerca sia sceso significativamente durante i suoi governi, questo è emerso da una trilogia di discorsi della lady di ferro volti a suonare l’allarme sul riscaldamento globale. La Thatcher fu uno dei primi leader mondiali a portare l’attenzione del pubblico verso i pericoli del cambiamento climatico.

Tra il 1988 e il 1989, la Thatcher tenne i suoi discorsi sui pericoli del riscaldamento globale, rispettivamente alla Royal Society, la più prestigiosa associazione scientifica britannica, ad una conferenza del partito conservatore, ed infine, alle Nazioni Unite. Quest’ultimo ebbe luogo a New York durante l’assemblea dell’8 novembre del 1989, il giorno prima della caduta del muro di Berlino.

Mrs. Thatcher, dopo aver riconosciuto che i convenzionali pericoli politici a cui aveva tenuto testa nel corso della sua carriera politica si stavano finalmente ritirando, proclamò che era divenuto imperativo volgere l’attenzione al riscaldamento globale e ai prospetti di irreparabili danni all’atmosfera, agli oceani e alla terra stessa; minacce con cui i tutti i paesi del mondo si trovavano a dover confrontare, o a subire le terribili conseguenze in futuro.

Queste apparizioni hanno avuto un forte impatto nel discorso pubblico inerente al cambiamento climatico, tanto da portare Jonathan Porritt, all’epoca presidente dell’associazione Friends of the Earth, ad affermare che la Thatcher “ha fatto più di chiunque altro negli ultimi 60 anni per coinvolgere le cause ambientaliste nell’agenda nazionale”. Di certo la sua figura politica, seria, realista e con una forte enfasi sulla crescita economica, ha reso il messaggio appetibile a a quella parte di popolazione non raggiungibile dalla maggior parte degli ambientalisti.

Tuttavia, quarant’anni dopo, ci è difficile pensare ad una sostenitrice imperterrita del libero mercato e della sovranità nazionale come un’eroina green. Dopotutto, le destre di oggi non si presentano con questo tipo di argomentazioni all’elettorato – in Italia come nella maggior parte dei paesi del mondo occidentale.

Inoltre, le parole libero mercato e ambientalismo suonano dissonanti ai più. È il libero mercato, infatti, ad essere responsabile per le immense esternalità negative che ogni giorno contribuiscono al cambiamento climatico. Il termine si riferisce ai costi della produzione e della consumazione di determinati beni e servizi che ricadono su terzi, che non ne hanno nessuna responsabilità. Per esempio, l’emissione di anidride carbonica da parte delle grandi fabbriche ha dei costi che non sono pagati né dal consumatore né dal produttore, bensì da tutti.

I costi sono dovuti al cambiamento climatico, che ha effetti tangibili sulla salute della popolazione – e delle future generazioni, sulla degradazione del suolo e dell’atmosfera e sull’innalzamento del livello del mare. Questi sono costi che verranno pagati, ma non dai responsabili, che si godono invece solo i frutti. Discutendone ad un livello teorico, si potrebbe argomentare che questi fallimenti del mercato libero giustificano degli interventi da parte dello stato con la stessa motivazione con cui viene difeso il medesimo approccio laissez-faire: l’efficienza.

Mrs. Thatcher, però, non si è intricata in queste vie ideologiche e tortuose. Ha invece argomentato a favore di ciò contro cui ha combattuto la sua intera carriera politica, l’intervento statale, con dei ragionamenti pragmatici, affermando che i liberi mercati non sono fini a se stessi, e che “sarebbero un controsenso qualora il loro output peggiorasse le condizioni di vita, attraverso l’inquinamento, più di quanto le migliorino”.

La lady di ferro non è l’unica figura politica di stampo conservatore che in quegli anni ha promosso iniziative volte a salvaguardare l’ambiente. Ronald Reagan, con cui la Thatcher aveva un rapporto stretto, supportò il protocollo di Montréal, per la riduzione dell’uso di clorofluorocarburi (CFC) che stavano pericolosamente riducendo lo strato di ozono dell’atmosfera.

Reagan riuscì a coinvolgere sia i repubblicani che i democratici, sempre con argomentazioni pragmatiche. L’analisi che lo spinse a prendere questa posizione fu una di confronto dei costi e dei benefici tra l’allora status quo e l’implementazione di regolamentazioni. Bisogna infatti comprendere che i costi del riscaldamento globale sono reali, e che vengono pagati, per esempio, dai sistemi sanitari e attraverso i progetti di ricostruzione che seguono calamità naturali sempre più frequenti. Reagan lo ha testimoniato in prima persona, quando, soltanto tre mesi dopo la pubblicazione del primo studio sul buco dell’ozono, ha dovuto rimuovere delle escrescenze cancerose dal naso.

Questa vittoria di Reagan è diventata una vittoria del resto del mondo. Infatti, grazie al protocollo di Montréal, nel 2019 il buco dell’ozono era il più piccolo registrato da quando è stato scoperto nel 1982.

Oggi, la polarizzazione politica e la disfunzionalità dei media hanno contaminato anche il dialogo sul cambiamento climatico e su come affrontarlo. Lo stesso termine, che ha rimpiazzato riscaldamento globale, suona più astratto, ideologico e complesso. Fa pensare che solo una rivoluzione del sistema economico e dello stile di vita possa risolverlo.

Ciò che gli sforzi ambientalistici di queste due figure dovrebbero invece ricordarci è che esistono soluzioni moderate e pragmatiche che non precludono la crescita economica e che sarebbero condivisibili dalla maggioranza della popolazione. È però necessario non perdersi nelle ideologie, e scegliere invece di cominciare ad agire, correggendo il libero mercato quando questo, nella sua libertà, è erroneo, in quanto non rappresenta i costi reali della produzione e del consumo di beni che nuocciono all’ambiente, e, dunque, al futuro della società.

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