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Segre e Mattarella, la pace non nasce dall’ingiustizia o dalla resa

Segre e Mattarella, la pace non nasce dall’ingiustizia o dalla resa
Segre e Mattarella, la pace non nasce dall’ingiustizia o dalla resa

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Una ragazza regge un cartello durante una manifestazione contro l’invasione russa all’Ucraina. Il testo recita: “Se la Russia smette di combattere, non ci sarà più la guerra. Se l’Ucraina smette di combattere, non ci sarà più l’Ucraina”.

Nella sua semplicità questa è la frase che illumina nel modo più abbagliante il palcoscenico del conflitto. Solo chi ha iniziato la guerra può scegliere di porre fine ad essa. E per farlo deve essere disposto a subire una pace vera. Fermandosi e ritirandosi. Oppure implodendo. La pace per scelta dei soli ucraini, non è pace. Essa è resa.

Una sconfitta che consentirebbe il realizzarsi di un abominio del diritto internazionale. Una  predisposizione a nuovi orrori, a nuovi azzardi degli autocrati del mondo a cui daremmo il permesso di osare, forti della convinzione che gli stati democratici possono essere erosi, abbattuti, annessi. La resa dell’Ucraina sarebbe l’anteprima di nuove guerre, su scala sempre più vasta, più pericolose, più devastanti.   

Tutti invocano la parola pace in Ucraina. Troppi ne tradiscono il senso. Chiamano pace una vita senza morti e combattimenti che però acconsenta all’occupazione straniera, all’annientamento culturale di una nazione, alla soppressione dei diritti civili e democratici, all’abdicazione all’autodeterminazione.  

Dopo questi trenta giorni di guerra, che nell’era dei social network, dei collegamenti via satellite e via internet dalle città assediate, dal flusso ininterrotto di foto e testimonianze sui social, delle propaganda dall’uno e all’altro fronte, di telefonate fra capi di stato quotidiane e vertici ai massimi livelli, sembra già essere durata anni, quello che non è ancora chiaro nel dibattito è quale pace è davvero possibile. 

Una pace pur che sia, non è pace. Quella che faccia tacere le armi e con esse seppellisca per sempre le libertà e i diritti di un popolo, non è pace. Quella che avvilisca la resistenza fiera di un popolo e instilli in esso il germe della vendetta che prima o poi prenderà il sopravvento, non è pace. Quella che nega ad una nazione la sovranità e l’autodeterminazione, nonostante l’esempio di una reazione eroica che ha ispirato governi e opinioni pubbliche dell’occidente, non è pace.

Occorre ascoltare la voce degli anziani per capire cosa sia davvero la pace. Persone che sulla loro pelle o per storia familiare hanno compreso che essa è prima di tutto una reazione ad una ingiustizia. La pace è la fine dell’ingiustizia.  

La senatrice a vita Liliana Segre ho spuntato le armi retoriche dei pacifisti ideologici contrapponendo ad una lettura pigra dell’articolo 11 della costituzione una visione più articolata dei valori della carta: “La resistenza del popolo invaso rappresenta l’esercizio di quel diritto fondamentale di difendere la propria patria, che l’articolo 52 prescrive addirittura come «sacro dovere». Dunque, non è concepibile nessuna equidistanza; se vogliamo essere fedeli ai nostri valori, dobbiamo sostenere il popolo ucraino che lotta per non soccombere all’invasione, per non perdere la propria libertà”. 

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha osato ancora di più legando il senso della pace scaturita al termine della seconda guerra mondiale ad un elemento insopprimibile di giustizia: “La pretesa di sottomettere un Paese indipendente quale è l’Ucraina significa colpire le fondamenta della democrazia, rigenerata dalla lotta al nazifascismo, dall’affermazione dei valori della Liberazione combattuta dai movimenti europei di Resistenza, rinsaldata dalle Costituzioni che hanno posto la libertà e i diritti inviolabili dell’uomo alle fondamenta della nostra convivenza”.

Infine il presidente americano, Joe Biden in Polonia, fuori dal protocollo e andando per un attimo a braccio alla fine di un discorso equilibrato scritto con fermezza e senso diplomatico dai sui sherpa, ha disvelato una verità indicibile parlando di Putin: “Per amor di Dio, quest’uomo non può restare al potere”.

Quella frase racchiude il senso ultimo di questo conflitto: può essere Putin il leader che firmerà una pace giusta con Kiev? Può essere l’uomo che ha invaso l’Ucraina l’uomo che decide di accettare una pace giusta che è tale solo con la ritirata dell’esercito russo? Dunque una pace che testimoni la propria sconfitta?

Segre, Mattarella e Biden, tre politici ultra ottuagenari, sembrano abbiano la stessa convinzione. 

Nell’equazione della pace giusta per il popolo ucraino, Putin è un elemento estraneo. 

 

Antonello Barone, 27 marzo 2022