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USA e Cina ai ferri corti su Taiwan. I mercati vittima dell’effetto Pelosi

USA e Cina ai ferri corti su Taiwan. I mercati vittima dell'effetto Pelosi
USA e Cina ai ferri corti su Taiwan. I mercati vittima dell'effetto Pelosi

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Una crisi che va avanti da anni, tensione tra Cina ed USA, e tra Cina e Taiwan, mantenuta finora su livelli accettabili soltanto perché altri accadimenti hanno impedito un’escalation che ora torna prepotentemente a galla.

Negli ultimi due anni infatti: prima il COVID e successivamente la guerra Russo-Ucraina hanno distolto l’attenzione cinese dalla preda Taiwan se non qualche sporadica dichiarazione ufficiale di Xi Jinping che ha ribadito, secondo una visione cinese, che “Taiwan è una questione in cui nessuno dovrà interferire altrimenti vi saranno delle risposte adeguate”.

E le risposte adeguate  stanno arrivando proprio in questi giorni ovvero da quando la Casa Bianca ha annunciato la visita a Taiwan di Nancy Pelosi prevista per il 3 agosto; visita considerata dalla Cina una provocazione a tal punto che hanno allertato l’esercito ed addirittura lanciato un missile balistico a lunga gittata fino a 120 km dalle coste di Taiwan a puro scopo dimostrativo e per ribadire che non vogliono la presenza di Pelosi sul territorio di Taiwan, nonostante si tratti di una Nazione libera ed indipendente.

 

Ma perché Taiwan è così importante e contesa ?

Da sempre l’Isola è sede di aziende di elettronica, componentistica e produzione di chip, e relativa esportazione, e se l’interesse della Cina per essa era leggermente scemato negli scorsi decenni, se non per una questione puramente politica, di principio e supremazia internazionale, dopo il 2020, quando l’economia di Taiwan è cresciuta più di quella cinese, grazie ad un impatto pressoché nullo del covid, il piccolo stato di appena 24 milioni di abitanti ha riattratto l’attenzione sia della Cina che degli USA che tra l’altro hanno enormi interessi in quell’area e miliardi di dollari di accordi con aziende oltre a presenza commerciale e produttiva sul territorio.

Sono due anni infatti che le esportazioni di semiconduttori da Taiwan verso tutto il pianeta sono cresciute a dismisura e le previsioni di crescita sono da record, gli analisti quantificano in un 6% contro l’8,25% della Cina ed è una cifra spaventosa se si considera che lo Stato della Grande Muraglia ha 1,42 miliardi di abitanti contro i solo 24  milioni di Taiwan.

La battaglia più importante però pare che l’abbia già vinta la Cina assicurandosi le cosiddette terre rare in giro per il mondo che non sono altro se non le aree in cui vi sono le materie prime necessarie alla produzione di microchip, batterie per auto e dispositivi elettronici che Taiwan necessita, e dietro di essa tutte le big companies che hanno decentrato o delegato la produzione di questo genere di componenti nell’Isola.

Pertanto Taiwan è un diamante raro crocevia del futuro digitale perché ha sia know-how che convenienza in termini di costi di produzione, pertanto le due più grandi potenze economiche se la contendono senza esclusione di colpi.

La naturale conseguenza di tutto questo stato di cose è ovviamente la preoccupazione dei grossi operatori di mercato nonché delle centinaia di aziende hi-tech quotate, soprattutto al Nasdaq, circa un ipotetico futuro di Taiwan annessa definitivamente alla Cina che così avrebbe tra le mani sia la proprietà dei territori per estrarre le risorse, sia il centro produttivo di tecnologia più grande del pianeta.

 

Come rispondono i mercati alla notizia

Ed infatti le reazioni dei mercati non si sono fatte attendere ed oggi (2 agosto, al momento della stesura del presente articolo) i futures USA sono in pesante calo (ore 12:33 italiane) ed i listini europei a ruota, sebbene non sia soltanto la questione Taiwan a tenere banco è in ogni caso quella che pesa di più.

Un’ipotetica ulteriore escalation dei rapporti tra Cina ed USA (che tra l’altro hanno navi della marina in acque poco distanti da Taiwan) potrebbe scatenare reazioni a catena difficili da controllare.

La Cina ha molte frecce al suo arco è può decidere di usarne una per volta o addirittura tutte insieme, parliamo innanzitutto del debito pubblico Usa (e non solo) che detiene in larga parte e la cui dismissione potrebbe essere usata come arma di ricatto; intendiamo appunto le citate terre rare e relativi eventuali blocchi all’esportazione di materie prime verso i centri produttivi di tutto il mondo.

Intendiamo infine anche l’alleanza politica, militare e commerciale con la Russia in questo delicato momento; queste non sono altro se non le principali “armi non convenzionali” di cui la Cina può disporre alle quali possiamo aggiungere le grosse esposizioni di aziende USA proprio in Cina e molte sedi di esse dislocate sul suo territorio.

Non è una situazione di semplice soluzione ed i mercati potrebbero risentirne in maniera importante, in primis il Nasdaq.

 

Come intervenire strategicamente sui portafogli

Da gestore, naturalmente in un’ottica di protezione dei patrimoni sarebbe utile variare gli asset del portafoglio diminuendo il peso di settori hi-tech principalmente per orientarsi su bond del mondo Pacifico, leggasi Australia e Nuova Zelanda.

E’ chiaro anche che per gli speculatori ed i traders queste sono opportunità ghiotte, sebbene ad alto rischio, ed una valida soluzione sarebbe anche quella di attendere eventuali cali delle Big Cap USA per entrare a prezzi decisamente interessanti.

Ma per normali risparmiatori ed investitori l’unica strategia resta la Pianificazione Finanziaria.

Dal covid in avanti il mondo è cambiato e la componente più preponderante di questa mutazione in atto è la velocità con la quale i mercati reagiscono ed anche la loro dinamicità.

Adeguarsi a questi nuovi approcci alla finanza, sempre più globale ed interconnessa, e tra l’altro anche dipendente dai componenti che si producono a Taiwan, significa stare sempre sul pezzo ed imparare a comprendere ogni evento quali impatti potrebbe avere sui mercati ma soprattutto sui nostri asset.