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Elogio della stretta di mano di Trump alla Regina

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Ossignora mia, l’Orco yankee è entrato nella sala da tè di cristallo, e ha rotto tutto. Lo scandalo odierno, secondo fotonotizia in prima pagina dei “giornaloni” (quelli seri e riflessivi) è infatti il saluto poco convenzionale di Donald Trump alla Regina Elisabetta. Particolarmente affranto Massimo Gramellini sul Corriere della Sera: “quando lei ha sollevato una manina inanellata per suggerirgli di baciarla, lui l’ha strizzata dentro la sua come avrebbe fatto con una noce”. Caricature splatter a parte (a proposito, non è molto cafone ridurre sempre il presidente americano allo stereotipo del cafone?), ebbene sì: Donald Trump, comandante in capo del Paese leader del mondo libero, ha guardato negli occhi la sovrana del Regno Unito, uno sguardo in cui rimbalzava la grande battaglia comune contro i totalitarismi neri e rossi del Novecento, si è lievemente chinato in segno d’empatia prima ancora che di deferenza, e le ha stretto la mano. Sì, da pari a pari. Un’anomalia? Certo, immane e sublime. È la grande anomalia americana. Un progetto di vita, prima che un Paese, nato per consapevole e radicale rottura con la storia europea. Con i formalismi europei. Con le stratificazioni culturali, istituzionali, rituali europee. Un Paese pensato da Thomas Jefferson e Benjamin Franklin, ma realizzato da un pugno di umili coloni che non ebbero paura di affrontare quello che era il più potente esercito del mondo, perché si erano stancati di fare il baciamano a un re diventato tiranno. Gli uni e gli altri erano intrisi di cultura anglosassone, e proprio in nome di essa si ribellavano alla Corona. In nome di quei “diritti inalienabili”, tra cui “la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità” che nessun sovrano può calpestare.