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Fine della populista Terza repubblica

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Da qualunque angolo si guardi la crisi di governo più pazza del piccolo mondo italiano – dal Papeete di Salvini, dal Balcone di Di Maio, dalla Poltrona di Conte – il risultato è sempre lo stesso: è la crisi del populismo. Se, nei limiti del possibile, ci si vuol capire qualcosa è necessario non mettere l’uno contro gli altri, come se ci trovassimo nel saloon di un film western, ma guardare il pasticcio governativo nel suo insieme.

Quando il M5S vinse le elezioni politiche, Luigi Di Maio disse la storica (si fa per dire) frase: “Da oggi inizia la Terza repubblica”. Così, dopo un parto sofferto, nacque il pomposo “governo del Cambiamento” che oggi nel mese d’Agosto, tanto caro ad Achille Campanile che scriveva “Agosto, moglie mia non ti conosco”, è caduto fragorosamente mentre i tre protagonisti della scena – Conte Di Maio Salvini – facevano davvero finta di non conoscersi ed essere lì per caso. Forse, lo erano per davvero e così possiamo dire che la crisi del governo non è “colpa” di Salvini o di un altro capro espiatorio – è esattamente questa la logica populista – ma del demagogico Cambiamento che si è presentato come una presuntuosa palingenesi e non è stato in grado di cambiare neanche la classica acqua dei lupini.

Il discorso del professor Giuseppe Conte al Senato passerà senz’altro alla Storia. Infatti, non si è mai sentito il discorso di un capo del governo che per difendere il suo esecutivo accusi il ministro dell’Interno. In pratica, la requisitoria dell’avvocato Conte è una forma di autoaccusa che nelle intenzioni del presidente del Consiglio dovrebbe assolvere il suo operato. Più che un discorso, un bigodino. Ha sempre ragione Flaiano: “In Italia la linea più breve tra due punti è l’arabesco”. Allora, è bene essere chiari, chiarissimi: c’è sicuramente bisogno di un governo e senz’altro è legittimo tanto andare al voto quanto fare un nuovo governo. Ma con altrettanta chiarezza è necessario dire che il governo di cui ha bisogno l’Italia non è più un esecutivo populista. Ecco perché se anche dovesse venir fuori una nuova maggioranza parlamentare formata, come tutto tende a far credere, dal M5S e dal Pd non è possibile che tutto si compia senza colpo ferire facendo uscire i leghisti e facendo entrare i democratici perché questo sarebbe solo il gioco dei quattro cantoni.

Dunque, mentre la palla è passata al presidente Mattarella, ci sono tre aspetti da considerare.

1. Il governo Conte bis sarebbe in perfetta linea di continuità con il governo populista, mentre è necessario che ci sia una marcata discontinuità che riguardi sia le persone dei ministri sia i contenuti politici. Le due forze – M5S e Pd – son pur sempre le stesse forze politiche che sulla mozione della Tav hanno votato l’una contro l’altra, mentre la Lega si è ritrovata a far coppia con il Pd.

2. Va eliminata la sceneggiata del contratto di governo che rispecchia la subcultura populista da cui si originano vittimismo e giustizialismo.

3. Il governo non potrà essere Anti – antifascista, antiSalvini, antileghista – perché la cultura antifascista ma non anticomunista gira in tondo mordendosi la coda nel manicomio totalitario e fa ricadere l’intero Paese in una sorta di guerra civile mentale che, già costataci decenni di immobilità, è la vera causa della decadenza italiana e della degenerazione delle sue classi dirigenti politiche.

Sarà il Pd in grado di tener così alta e ferma l’asticella della trattativa con il M5S? Sono più che scettico, ma se non lo farà allora l’operazione sarà solo bassa manovalanza parlamentare, non certamente un governo autorevole, e rischierà di ridare nuovo fiato proprio alla demagogia populista che ora ha l’occasione di dominare e ricondurre al perimetro del classico centrosinistra.