Focolaio in Campania: caro De Luca, il lanciafiamme dove sta?

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E se ne va smargiasso pe’ tutt’ ‘a città. Impepato come nessuno. Un miscuglio di dirty Harry Callaghan, Paul Kersey, John Rambo e Catone il Censore: non c’è scritta su muro, mascherina storta, festa di compleanno ammucchiata che sfugga ai suoi anatemi. Don Vincenzo De Luca non perdona: arriva col lanciafiamme, col bazooka, con parole-granata, puro Napalm al mattino e si salvi chi può. Dicono sia un figlio della Commedia dell’Arte, un discendente esagerato del teatro defilippiano: lui tira dritto, sempre a caccia di “imbecilli”, “ciucci”, “mezze calzétte”, “miserabbili” da stanare e c’è chi apprezza, come no, sentite qua: “L’emergenza sanitaria in Campania è stata gestita in maniera ineccepibile grazie al lavoro straordinario della Regione…”.

Parole e musica di Piero De Luca, onorevole piddino e incidentalmente figlio di suo padre, don Vincenzo. L’altro figlio, Roby, anche lui figlio d’arte: già assessore al Bilancio di Salerno, infastidito da una inchiesta giornalista di Fanpage che sortì un’altra inchiesta, giudiziaria, su presunti episodi corruttivi nel giro dei rifiuti; vicenda che lo vide pienamente prosciolto, anzi “vittima inconsapevole di una trappola”, come l’interessato ebbe a definirsi, anche se Fanpage, maligno, insisteva: “A che titolo [Roberto] riceveva nel suo studio persone interessate ad appalti di competenza della Regione?”. I babbi so’ piezz’ e core.

Ma la Procura non ha ravvisato niente di storto, anzi è andata oltre: “Assolutamente esclusa la consapevolezza del De Luca” in ordine ai fatti oggetto d’indagine. Era il 2018, una epidemia pareva l’ultimo dei problemi anche in Campania e don Vincenzo andava in giro tutto felice e severo: ‘O sarracino, ‘o sarracino, Bellu guaglione, ‘o sarracino, ‘o sarracino, tutt’e ffemmene fa suspirà.
Anche i maschi, ogni tanto: Matteo Salvini in particolare, che Impepator non mancava e non manca mai di fiocinare: somaro, maiale, faccia come il fondoschiena (don Vincenzo mescola registro alto e basso, invettiva pop e sarcasmo citazionista), fino al climax: porta jella, che in Campania è l’insulto sommo, definitivo, dopo il quale il diluvio (di offese). Poi, col “corona” De Luca ha perso ogni freno ed è passato a giustiziare chiunque sgarrasse: sceriffo della pandemia, star del lockdown, più ne sparava e più la popolarità saliva, poi potevano dire che recitava, che era una macchietta ma intanto pure la tivù giapponese gli dedicava servizi mitopoietici con tanto di sottotitoli e la Lega non sapeva più dove sbattere la testa per arginarlo.

Don Vincenzo non trova rivali, sbeffeggia un concorrente “Giggino ‘a purpetta”, svillaneggia il solito Capitone, sputtaneggia studenti e innamorati a spasso per lungomari: la legge è lui e lui è il più forte e la sua è la legge del più forte. Chiaro che recita, anzi affina le performance, chiaro che esagera e sa di esagerare quando blocca tutti in casa dietro minaccia di punizioni bestiali, quando stabilisce veti magistrali perfino per i rider della pizza: il suo concetto di law & order fa impallidire Donald Trump e perfino la tolleranza zero di Rudy Giuliani; lui, rude Vincenzo, tene ll’uocchie ‘e brigante e ‘o sole ‘nfaccia, ogni figliola s’appiccia si ‘o vede ‘e passà. E si vanta: ha fermato la pandemia a mani nude, l’ha rispedita in Cina, ha rimesso in riga i riottosi, mondato gl’infetti, sterilizzato i pargoli, moltiplicato tamponi e mascherine (mica vero), ah, se solo quegli strunz di longobardi avessero preso da lui…

Solo che, anche in politica, la Nemesi è sempre in agguato e così, tra un asino e un maiale diretti a Salvini, Impepator prima ha ignorato i tifosi del Napoli assiepati senza mascherine a festeggiare la Coppa Italia. E poi non s’è accorto del focolaio che teneva in casa: a Mondragone, litorale casertano, 49 positivi tutti dal complesso dei palazzi ex Cirio, in gran parte bulgari, lavoranti oltretutto sfruttati: alcuni ricoverati, non senza fatica, altri invece si son dati, diversi positivi e soprattutto 4 contagiati paiono dissolti, non si sa dove cercarli e Governator ha chiamato l’esercito. Bestia, che figura. ‘Nu burdell, le televisioni tornano ad occuparsi di Impepator, però con toni meno stregati: il Marine della legalità si lascia sfuggire un focolaio e il sindaco di Mondragone, disperato, chiede al ministro Luciana Lamorgese di far qualcosa mentre lo stesso De Luca aspetta i soldati per ripristinare la legalità. Bellu guaglione, che si fa?

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28 Commenti

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  1. Il nostro Governatore De Luca è una persona perbene e ha fatto il possibile per aiutare la sua Regione. E poi lui che colpa ne ha del focolaio a Mondragone,in verità, mi preoccupa più i continui 100/200 casi in Lombardia che il caro Governatore Fontana non è in grado di gestire. Comunque siete dei Portaseccia. DE LUCA TUTTA LA VITA.

  2. Talmente superficiale….. a tratti addirittura da non conoscere regole e normative… insomma da ignorante… Il presidente de Luca non solo ha tenuto e tiene la situazione sotto controllo.. ma va anche oltre i suoi poteri che spetterebbe al ministero degli interni… anche quando era diretto dal incompenti come salvini il quale veniva a Napoli a mangiare i friarelli… mi dispiace pet voi ma De Luca stravincerà perché è una persona che ha dimostrato nella sua lunga carriera di essere un bravo amministratore sia come sindaco che come governatore a differenza di qualche asino

  3. Non si preoccupi più di tanto il governatore De Luca: gli ospedali in Lombardia si sono svuotati perciò se ci sarà bisogno saprà a chi rivolgersi

    • Eh sembra proprio che non servono, subito 0 contagi, mentre Attilio Fontana continua a far morire… In Lombardia contagi zero nel 2022 se non si cambia governatore.

  4. De Luca: uomo tutta d’un pezzo, adesso che si fa? Abbiamo i focolai
    dove, grazie al governatore che gestiva col pugno di ferro, a sentir
    lui, non c’erano mai stati…Solo la Lombardia era appestata, ma non
    si ride dei guai altrui.Ciao…

      • Credo che l’intervento dell’esercito sia stato richiesto per il contenimento delle rivolte popolari e non per il focolaio.
        La stessa popolazione di Mondragone lamenta che la convivenza in quella realtà era una bomba a orologeria.
        Ci sarà da stabilire se la responsabilità di aggiungere povertà alla povertà sia dell’Amministrazione comunale o della Regione.
        È questo mi ricorda qualcosa….

  5. Pensa ad altro..
    Pensa ad un inchiesta molto seria sull appalto per il covid.
    Prima della gara la ditta che poi ha vinto l appalto aveva cominciato gia’ i lavori

  6. Riposto il lanciafiamme in cantina ha chiamato l’artiglieria pesante.
    Poco lungimirante aggiungere nuova povertà a quella esistente, non potendo mostrare nel salotto buono “gli invisibili” li chiudono in zone già a rischio sociale che naturalmente i buonisti non frequentano.
    Spero per tutti noi che i focolai non si propaghino ulteriormente perché se ci fosse l’esigenza di mettere nuovamente il paese in quarantena stavolta la gente non resterà seduta sul divano a sentire cavolate del tipo “andrà tutto bene”.

  7. Susi Del Papa ma l’articolo su De Luca ora mi ispira poco.

    Vistto che non pubblica la zuppa qua non ho voglia di scrivere su FB

    PORROOOOOOOOOO guardi che ho trovato….. in rete.
    VITTORIO COLAO in Fastweb ultima parte dell’artcolo … ( Grillo e company si devono essere dimenticati da dove viene COLAO il capoccione della task force del Governo?) Si Gli Smemorati di Collegno?.Per convenienza e comodità.
    C’è anche la CIAOWEB di ELKANN JOHN
    Poi ci sono tutti i fallimenti pilotati a seguire anche quelli di Colanino , Tronchetti , De Benedetti etc…

    Economia & Lobby
    “New economy”, così la bolla italiana del digitale è finita in mutande
    “New economy”, così la bolla italiana del digitale è finita in mutande

    Negli anni ‘90 i marchi come Tiscali e Kataweb volavano in Borsa. Oggi sono quasi tutti falliti. Ma i loro inventori sono stra-ricchi, grazie a un gigantesco passaggio di denaro – miliardi di euro – dalle tasche di molti a quelle di pochi
    di Giorgio Meletti | 18 Agosto 2013

    La storia esemplare è quella di Silvio Scaglia. Il 55enne imprenditore di Novara poche settimane fa ha investito 69 milioni, piccola parte del denaro accumulato grazie alla famosa “new economy”, nell’acquisto di La Perla, nota azienda bolognese dell’abbigliamento intimo femminile. Nei suoi progetti c’è una forte sinergia con la Elite Model World, agenzia di moda comprata tre anni fa, per costituire un polo mondiale del lusso. Proprio perché la bellezza femminile rimane un valore, anche di mercato, del tutto analogico, la mossa di Scaglia illumina una tendenza dell’imprenditoria italiana. Negli anni del primo boom internettiano (1998-2001) l’Italia credeva di poter ancora salire sul rutilante treno dell’innovazione digitale: la new economy appariva (o più propriamente veniva presentata) come un campo di gioco in cui tutti partivano da zero e dove le imprese tricolori non avrebbero pagato dazio al declino del sistema industriale nazionale.

    La Fiat, alla vigilia del collasso, affidava al giovane nipote dell’Avvocato, John Elkann, l’avventura digitale del portale Ciao-web, con poderosi investimenti. Carlo DeBenedetti, che si era appena lasciato alle spalle la letterale distruzione dell’Olivetti, giocava le sue carte sul giovane Paolo Dal Pino, capo del portale Kataweb. La Telecom, appena scalata dalla “razza padana” di Roberto Colaninno, cavalcava la bolla del web attribuendo valori fantasiosi alla sua Tin.it. Poi c’erano i nuovi protagonisti: Renato Soru con la sua Tiscali, Paolo Ainio e Carlo Gualandri con Matrix, mamma del portale Virgilio, e Scaglia, appunto, con E.Biscom, progenitrice di Fastweb.

    Bolle e fallimenti
    Trascorso un decennio, si può abbozzare un bilancio: la new economy italiana si è risolta in una collana di fallimenti, e mentre nel mondo si sono consolidate realtà immense (sia pure tra perduranti incognite) come Google o Facebook, gli imprenditori italiani che in quegli anni hanno fatto più soldi si sono convertiti alla restaurazione analogica. Attenzione, però: non tutti. Imprenditori e manager “nativi digitali”, forse perché sapevano fare solo quello, hanno continuato sulla loro strada. Venduta Matrix a Telecom Italia per una cifra nell’ordine dei miliardi di euro, Ainio ha fondato Banzai, gruppo poliedrico e molto attivo nell’editoria online (da Liquida a Il Post di Luca Sofri). Gualandri, insieme a un altro pioniere di Matrix, Fausto Gimondi, ha costituito GiocoDigitale, che fa business sui giochi online. Andrea Granelli, che ha guidato lo sviluppo internet del gruppo Telecom negli anni del boom, ha una affermata società di consulenza per l’innovazione, la Kanso.

    Un caso controverso è quello di Renato Soru. All’inizio Tiscali fu un’operazione geniale: è stato il primo a offrire l’accesso gratuito a Internet, quando ci si collegava con la telefonata urbana, e Soru seppe sfruttare la regola che gli dava diritto alla retrocessione da parte di Telecom di una parte della tariffa quando la chiamata era diretta ai suoi nodi di connessione alla rete. Nell’euforia della bolla, quando Tiscali fu quotata in Borsa, il 27 settembre 1999, le azioni andarono a ruba. In pochi mesi dal prezzo di collocamento di 46 euro arrivarono a 1.200 euro. Tiscali nella primavera valeva in Borsa più della Fiat e aveva 3.500 dipendenti, e tutto era basato sulle mitiche “prospettive”.

    Esplosa la bolla, la società di Cagliari ha cominciato a declinare, non ha mai fatto un centesimo di utile in 15 anni e ha un quarto dei dipendenti di allora. Nel 2004 Soru ha ceduto alla più analogica delle lusinghe, la carriera politica. È stato eletto governatore della Sardegna e per cinque anni non si è più occupato di Tiscali, ufficialmente, come Berlusconi con Mediaset. Nel 2009 è stato battuto alle elezioni da Ugo Cappellacci ed è tornato al capezzale di Tiscali, che resta faticosamente in vita. Non è ancora chiaro se Soru correrà per le regionali sarde del 2014, il personaggio rimane sospeso tra i cieli digitali e l’analogica terra politica, “nativo digitale” anomalo, figlio di una cultura commerciale più che tecnologica.

    Gli altri grandi eroi della “new economy” si rivelarono subito più abili speculatori che arditi costruttori di futuro. Roberto Colaninno era un manager stipendiato da Carlo De Benedetti, che gli affidò l’Olivetti morente. Prima la rianimò buttandola sulle telecomunicazioni, con Infostrada e Omnitel, poi la usò per scalare Telecom Italia a debito (subito scaricato sulla stessa Telecom), e con Lorenzo Pellicioli del gruppo De Agostini orchestrò la famosa operazione Seat-Tin.it. La Seat, venduta pochi anni prima da Telecom, faceva le Pagine Gialle che erano negli anni 90 una macchina da soldi. Con l’idea che grazie al web gli elenchi telefonici sarebbero diventati un potentissimo motore per il commercio elettronico, Seat era arrivata a valere 20 miliardi di euro.

    Nel febbraio 2000 (tutto allora accadde in pochi mesi) fu annunciata la fusione tra Seat e Tin.it, la società Telecom che dava l’accesso alla rete. Tin.it valeva pochi milioni di euro e non era quotata, ma, siccome gli accordi prevedevano che la nuova società sarebbe stata controllata da Telecom, bisognava fare la fusione alla pari. E una perizia della Ernst&Young stabilì che Tin.it   (fatturato 1999 di circa 75 milioni di euro) valeva, appunto, 20 miliardi di euro, in forza della “prospettive”. Insomma, Seat-Tin.it era valutata più di Yahoo!, e il Wall Street Journal commentò così: “Questa stima ha lo stesso senso di credere che si possa far nascere un dinosauro prendendo il Dna di una zanzara intrappolata nell’ambra”.

    Nell’euforia le azioni Telecom arrivarono a valere 20 euro. Le Seat superarono i 7 euro, un anno dopo erano già scese a uno, poi le Pagine gialle sono pressoché defunte e Tin.it fu rivenduta a Telecom per pagare i buchi fatti da La7, comprata in quei mesi da Colaninno e Pellicioli. Il risultato di quella storia è il seguente: Telecom è in ginocchio sotto il peso di 40 miliardi di debiti, Pellicioli è diventato personalmente ricchissimo e sta nel consiglio delle Generali (gigante delle assicurazioni analogiche), molti risparmiatori si sono rovinati e Colaninno in cinque anni si è trasformato da manager a uno degli imprenditori più ricchi d’Italia: si è arricchito più velocemente di Bill Gates.

    Un fiume di soldi e di errori
    Durante la bolla della new economy sono accadute cose interessanti sul piano del progresso tecnologico, ma soprattutto è stato orchestrato un gigantesco passaggio di denaro – miliardi di euro – dalle tasche di molti a quelle di pochi. Ma quei soldi non sono andati a finanziare l’innovazione. Roberto Colaninno, che si autodefinì “ricchissimo” quando Telecom fu venduta alla Pirelli di Marco Tronchetti Provera nel luglio del 2001, ha messo i suoi capitali nell’Immsi (immobili), nella Piaggio (veicoli a due e tre ruote) e nell’Alitalia da salvare.

    Anche la parabola di John Elkann è interessante. Curò la nascita di Ciaoweb, il portale di casa Fiat, investendo centinaia di milioni di euro. Poi ne vendette una piccola quota alla Juventus (tutto in famiglia) per fare il prezzo: in base a quella transazione Ciaoweb venne valutato un miliardo di euro, e si preparava allo sbarco in Borsa. Ma era già l’estate del 2000, e l’attimo fuggente era fuggito. Il Nasdaq, la Borsa tecnologica di Wall Street, aveva cominciato a crollare a marzo 2000, la festa era finita, le tasche dei risparmiatori erano salve, Ciaoweb no. Tredici anni dopo Elkann punta al controllo della Rcs-Corriere della Sera con il 20 per cento delle azioni. È vero che il futuro dei giornali è sulla rete, ma il presente è ancora fatto di rotative, inchiostro e camioncini che viaggiano di notte con i pacchi dei giornali. Elkann è un altro folgorato sulla via dell’analogico, con la specialità di comandare con i soldi degli altri.

    L’illusione di Kataweb
    Lo stesso giochino lo tentò Paolo Dal Pino, il manager che guidava Kataweb, il portale del gruppo Espresso. L’operazione, affidata a due giornalisti lungimiranti come Vittorio Zambardino e Claudio Giua, era di qualità. Il portale di Repubblica andava forte, e si investiva moltissimo confidando nei futuri ricavi. Kataweb si dotò di un intero palazzo, con centro congressi multimediale al piano terra (oggi c’è un bel supermercato analogico). De Benedetti e Dal Pino convinsero Alessandro Profumo di Unicredit a comprare il 5 per cento di Kataweb per 305 miliardi di lire: come Elkann con la Juve, Dal Pino vedeva automaticamente fissato, dall’autorevole banca milanese, a 6mila miliardi di lire il valore della società. Sembrava che il portalone fosse destinato a diventare più importante del gruppo editoriale tradizionale. E qualcuno ha sospettato che la mancata quotazione in Borsa (altro pericolo scampato per i risparmiatori) non fosse dovuta solo al ritardo e all’esplosione della bolla, ma anche alla gelosia verso Dal Pino del grande capo del gruppo Espresso, l’amministratore delegato Marco Benedetto.

    Dal Pino si è spostato poi alla Seat, nella Telecom di Tronchetti Provera, ed è lentamente tornato al mondo analogico. Oggi è capo della Pirelli in Sud America, si occupa di copertoni. De Benedetti, che nel frattempo aveva tirato su un bel po’ di miliardi portando in Borsa Cdb Webtech, ha investito su centrali termoelettriche e cliniche per anziani. Solo Benedetto, paradossalmente, si è convertito al digitale: andato in pensione ha rispolverato il vecchio mestiere di giornalista e ha fondato un giornale online, blitzquotidiano.it .

    Fastweb boom
    Ma la conversione analogica di Scaglia resta la più eclatante. Stava nel pacchetto di mischia di Omnitel in una squadra di grande avvenire: c’erano Francesco Caio, Vittorio Colao, Tommaso Pompei. Lasciò per andare a fare E.Biscom, con l’idea di usare le canaline dell’Aem, la municipalizzata elettrica milanese, per cablare la città con la fibra ottica. Lo aiutò il rapporto costruttivo con il city manager Stefano Parisi, che credeva talmente nell’operazione da sfidare prima le critiche di chi si chiedeva che cosa ci guadagnasse il Comune, e poi qualche voce malevola quando nel 2004 andò a fare l’amministratore delegato proprio di Fastweb.

    E.Biscom fu quotata in Borsa nel marzo 2000, al picco della bolla internet, a 160 euro per azione, e portò in cassa 1,6 miliardi di euro. Il titolo volò fino a 240 euro in poche settimane, poi precipitò. Nel 2007 (ormai era Fastweb) Swisscom l’ha comprata lanciando un’offerta pubblica di acquisto a 47 euro. Scaglia diventa così uno degli uomini più ricchi d’Italia e lancia a Londra Babelgum, portale video di qualità che non è mai decollato ed è stato chiuso. Anche perché nel frattempo sul capo sono arrivate le disgrazie giudiziarie, con la truffa Iva che ha coinvolto Fastweb e Telecom Italia Sparkle. Quindi l’arresto, quasi un anno di custodia cautelare, le proteste d’innocenza e un lungo processo ancora in corso. Siamo fermi alle richieste dei pm: 7 anni di carcere per associazione a delinquere e altri reati. E infine La Perla. Intimo femminile e processo penale, tutto molto analogico. Sic transit gloria web.

    da Il Fatto Quotidiano del 14 agosto 2013

  8. Diamo tempo al tempo.
    Questo è un primo assaggio.
    Sarà Ebola?
    Sarà qualcosa di simile o di peggio?
    Statte accuorto.

    • Sarà subito 0 contagi? Sarà che ancora una volta ha circoscritto il tutto molto velocemente decretando subito il luogo Zona Rossa proprio come fece Fontana ad Alzano?

  9. Nel mondo la percentuale dei morti sul totale dei contagiati è del 5,6%,in Spagna del 10% in Italia del 12%, in Lombardia del 22%. Il dato lombardo innalza la percentuale nazionale che, dipendesse da altre regioni, come la Toscana al 6%, sarebbe significativamente più bassa, nella media mondiale Tale dato é dovuto ai governi di centrodestra a causa della sistematica distruzione della sanità pubblica a vantaggio dei privati.
    Sta in ciò la spiegazione della tragica sequela di morti causati dal coronavirus: drammatica carenza di personale e posti letto negli ospedali pubblici, ai minimi europei; posti in terapia intensiva totalmente insufficienti; distruzione della medicina sul territorio, con medici di base in costante riduzione e abbandono della prevenzione.
    Se a questo aggiungiamo la totale irresponsabilità del Presidente e della giunta lombardi nel non assumere decisioni che potevano essere prese in modo autonomo come istituire la zona rossa a Bergamo e non dare indicazioni precise agli ospedali nella prima fase del contagio e ai medici del
    territorio, il quadro è completo. E adesso ve la prendete con De Luca? Non avete la faccia come il deretano, ma il deretano in faccia. E offendete i morti Altro che in Siberia vi dovrebbero mandare…

    • Ragliatore, attento a non morire d’ividia.
      Attento che se la lombardia chiudesse, voi morireste di stenti, noi liberi dai parassiti.

    • E’ mai possibile “ragliatore di infamie” che nel tuo paese si utilizzino ancora lavoratori clandestini in nero per raccogliere i pomodori, quando nei paesi piu’ civili si usano i trattori, e poi detti clandestini governati dal caporalato vivano nelle baraccopoli nel silenzio totale delle istituzioni campane?
      Prima di parlare sciacquati la bocca dal sugo di pomodoro.

    • Guarda che le linee guida ad ospedali e medici le detta il Ministero della Salute. La zona rossa era competenza del Governo, come da indiscrezioni giudiziarie, e stessa ammissione di Conte. Peraltro il comitato tecnico-scientifico aveva proprio suggerito caldamente la chiusura! E il governatore (sbagliando) aveva evitato di prendere una decisione contraria a quella del Presidente del Consiglio, in nome dell’unità nazionale invocata dal Presidente della Repubblica. Almeno così tutti sappiamo di cosa stiamo parlando.

    • Dato che vuole buttarla in caciara politica, “centrodestra che distrugge sanità”, “sanità lombarda fa schifo”, bla bla bla, almeno li dia giusti i dati.
      La Lombardia ha un rapporto morti/casi del 17,5% non del 22%
      L’Emilia, risaputamente governata dall’estrema destra, ha un rapporto del 15%
      Il Veneto, risaputamente governato dall’estrema sinistra, rapporto 10,5%

      Quindi…di che parla?!? Avete stufato con questa continua ipocrita strumentalizzazione politica.
      Oltretutto, come spiegato millemila volte, il numero di contagiati significa poco o nulla perché dipende dalle rilevazioni e rappresenta molto parzialmente la situazione. Come affermato millemila volte anche dai super fenomeni virologi da lei tanto stimati, probabilmente il numero reale di contagiati in Lombardia è molto più alto di quello rilevato. Ergo il rapporto morti/contagiati ha la stessa attendibilità di sparare numeri al lotto.
      Sul resto, zona rossa etc, le ha già ampiamente risposto Marcello.

      Quindi, se vuole polemizzare, almeno prima si informi.

    • Ma fammi capire ? Perchè i c o g l i o n i e gli sciacalli che sparano minchiate stanno tutti a sinistra ? Che affollamento ! Comunque sono sicuro che a te un posticino dove stare te lo trovano di sicuro, troppe ne hai dette in nome della causa. Anzi, una medaglia dovrebbero darti.

    • Si vince qualche cosa se la percentuale dei contagi italiani
      si abbassasse per effetto dello scorporo di quelli Lombardi?
      Come si chiama il concorso?

    • Ragazzi e ragazze a questi individui non bisogna rispondere. Dobbiamo lasciarli nella più totale indifferenza altrimenti diamo loro importanza e si gasano.

      • Hai pienamente ragione ma penso che siamo carichi a molla per l’incertezza generale e sentire castronerie ti girano a mille

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