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La Turchia e i pasticci di Obama

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Continuiamo con la speciale zuppa di Porro straniera. Grazie ad un nostro amico analista che vuole mantenere l’anonimato, il commento degli articoli tratti dai giornali stranieri.

Un preoccupato editoriale della direzione del Financial Times sottolinea come la scelta di Recep Tayyip Erdogan di acquistare il sistema di difesa missilistico S-400 dalla Russia stia mettendo sotto un’ulteriore tensione i rapporti di un membro rilevante della Nato con gli Stati Uniti e con la pur distratta Unione europea. Il quotidiano londinese ricorda le tappe del logoramento di questi rapporti: gli inizi moderati con le poi fallite prospettive di integrazione europea nel 2003, il peso della guerra siriana con il ruolo dialogante di Mosca e con gli Stati Uniti che appoggiano i curdi, da sempre guardati con ansioso timore da Ankara, le sanzioni messe da Donald Trump nel 2018 con effetti economici disastrosi per l’economia turca, nonché più in generale la svolta autoritaria di Erdogan.

Il giornale della City si augura che torni una stagione di dialogo. Un auspicio che non si può non condividere ma che forse avrebbe bisogno di un supplemento di analisi, per esempio sui pasticci combinati dall’egemonismo rozzamente prepotente ma ubriaco di Berlino (e, a seguire, di Bruxelles) all’inizio della leadership erdoganiana, sui pasticci combinati da Barack Obama prima dando ampio mandato alla Turchia per allineare il Medio Oriente poi, fallito questo disegno, scegliendo di destabilizzare Ankara, all’inizio con le tradizionali mosse d’influenza sulla magistratura, poi con un golpetto misterioso impossibile senza un aiuto Nato, finendo con una guerra contro Damasco tanto astrattamente sacrosanta nell’ispirazione, quanto concretamente scellerata politicamente.

Peraltro, dalle parti di Southwark Bridge dove si fa tanto il tifo per le inchieste su Trump, sarebbe anche utile chiedersi quanti danni stia provocando al mondo far condizionare così pesantemente, per oltre due anni, la politica estera di Washington da Robert Mueller III.