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Le ultime tre prodezze del Pd

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Qualcuno ci scherza su, ma è un dramma politico: perché un paese avrebbe sempre bisogno di un’opposizione funzionante, capace di sfidare il governo, di rappresentare un’alternativa immediatamente spendibile. E invece, proprio nella settimana in cui la tenuta dell’asse tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio è sembrata più a rischio, il Pd ha fatto del suo meglio (del suo peggio) per spararsi tre colpi di revolver nei piedi. Senza mai sbagliare la mira.

1. Prima prodezza, il ruolo di “double agent” (politicamente parlando, si capisce: nessuna spy story) di Sandro Gozi, già prodiano di ferro, già renziano di ferro, sempre eurolirico, già sottosegretario italiano agli Affari Europei e ora magicamente consigliere – nella stessa funzione – per la Francia di Emmanuel Macron. Non c’è solo il tema – oggettivamente rilevante – delle informazioni riservate, dei dossier su cui Roma e Parigi hanno interessi divergenti, e magari perfino confliggenti. C’è anche un punto etico-politico di fondo: non puoi giocare una partita dei mondiali di calcio il primo tempo con una maglia e il secondo tempo con un’altra.

2. Seconda prodezza, l’inopportuna visita in carcere ai due rei confessi dell’assassinio del vicebrigadiere Cerciello da parte del deputato dem Ivan Scalfarotto. Anche qui, roba da manuale di teoria e prassi del suicidio politico. Intendiamoci bene: le visite ispettive nelle carceri sono una delle funzioni più nobili per i deputati in carica. Ma impresa come quelle di Scalfarotto – semmai – rischiano di mettere in burla quelle visite. Primo: perché il potere ispettivo non consiste nella visita a un singolo detenuto, ma nell’accertamento e nella verifica delle condizioni in cui sono tenuti tutti i detenuti di una certa struttura. Secondo: perché l’obiettivo del parlamentare non dev’essere quello, tre minuti dopo l’uscita dal carcere, di rilasciare interviste per strappare una mezza pagina di visibilità.

3. Terza e ultima prodezza. Pochi giorni fa, una zingara ha spiegato che per Salvini ci vorrebbe una bella pallottola in testa. Lui, che ovviamente non ama le mezze misure e l’understatement British, le ha dato della “zingaraccia”. Apriti cielo! Una parola certamente sbagliata ed evitabile è diventata – per la sinistra – più grave di una minaccia di morte. Ma siccome la sfiga insegue i vertici dem come la celebre nuvoletta inseguiva Fantozzi in vacanza, il giorno dopo, un programma Mediaset, “Stasera Italia”, ha mostrato il campo (irregolare) in cui vive la signora, insieme a suo marito, con tanto di villone (illegale e abusivo). E i due? Non hanno trovato di meglio da dire se non rivendicare orgogliosamente i loro furti e le loro truffe (“letteralmente: “Abbiamo rubato tutta una vita!”). Inevitabile il pandemonio in rete e sui social.

Morale della favola. Ancora una volta, a prescindere da qualunque considerazione politica, i vertici del Pd, i dirigenti e i commentatori della sinistra (Repubblica in testa: la nuova campagna è l’indignazione permanente contro il Papeete Beach, lo stabilimento di Milano Marittima frequentato da Salvini), mostrano la loro distanza dall’Italia reale, che è fatta (anche) di gente sudata, (anche) di bevitori di birrette in spiaggia, (anche) di persone che non recitano a memoria il sonetto 66 di Shakespeare. Un tempo, la sinistra raccontava a se stessa di voler capire la gente, di volerne interpreterare i bisogni e i sentimenti. Ma oggi i “campioni” della sinistra intellettuale e politica non riescono più a trattenersi: e ogni mezz’ora sentono il bisogno irrefrenabile di sottolineare che quel popolo, quegli elettori, quell’Italia reale, a loro fanno abbastanza schifo. Auguri!

Daniele Capezzone, 5 agosto 2019