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Di Maio, Salvini e il dilemma del prigioniero

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Il Movimento Cinque Stelle ha conquistato due milioni di voti in più rispetto al 2013. Lo stesso numero di consensi guadagnati dalla coalizione di centrodestra, con la Lega protagonista.

Il Partito democratico ha invece visto volatilizzare 2,5 milioni di voti. Non pervenuto il partito di Monti che nel 2013 riuscì a convincere 3,6 milioni di italiani.

Tutto il resto sono complicazioni da politologi. C’è uno sconfitto, due vincitori e un trionfatore: il sistema elettorale da azzeccagarbugli. Che è perfettamente riuscito nel suo doloso intento di non gratificare chi ha fatto meglio.

Nessuno dei due vincitori ha infatti la rappresentanza parlamentare sufficiente per godere di una maggioranza in parlamento.

A questo punto il dilemma del prigioniero in cui si trovano centrodestra e Movimento cinque stelle, non può che essere risolto in modo non cooperativo, contrariamente a quanto gli economisti suggerirebbero.

Il comportamento oggi di due giovani leader come Salvini e Di Maio, influenzerà il loro futuro.

Il leader della Lega ha cinicamente più da guadagnare aspettando: per il banale motivo che la sua lista ha preso la metà dei voti dei Cinque Stelle. Di Maio ha, tatticamente, l’esigenza di capitalizzare tutto e subito. Date le regole interne del movimento, questo è il suo ultimo giro.

Insomma un filosofo della teoria dei giochi, postulerebbe un’asimmetria tra gli obiettivi dei due vincitori: Di Maio ha più pressante l’ambizione di governare. Salvini ha ancora spazio di crescita.

E gli elettori? E noi che abbiamo avuto punti di contrasto con il programma del movimento grillino? Come prima cosa dobbiamo evitare quel tic nervoso che i giornali, i media, i famigerati osservatori stranieri, hanno avuto all’indomani delle numerose vittorie del centrodestra: in una democrazia non esistono voti da tenere nel congelatore.

Dobbiamo fare uno sforzo di onestà intellettuale e non rispondere ai pregiudizi «antropologici» del passato, con la medesima sciatteria. Così come solo a novembre abbiamo criticato coloro che ritenevano la vittoria della destra in Sicilia, come conseguenza della «mafiosità», del «familismo» isolano, ebbene come rigettavamo questa interpretazione delinquenziale, oggi non possiamo che accettare il risultato uguale e opposto conquistato in Sicilia, proprio dal Movimento Cinque Stelle.

Non erano tutti mafiosi ieri, come non sono tutti parassiti oggi. La gente vota e un leader politico che voglia governare si chiede dove ha sbagliato nel non intercettare quel voto.

Il Movimento Cinque Stelle ha vinto. Dunque governi.

Si renda conto della difficoltà di cercare il compromesso. Si sporchi le mani. Capisca cosa vuole dire nominare l’amministratore delegato dell’Eni, avendo previsto la cancellazione del petrolio come fonte energetica. Comprenda cosa vuole dire trovare decine di miliardi per il reddito di cittadinanza, combattendo con i tecnici del bilancio prima, con la Ragioneria a seguire, e poi con la Commissione europea.

Non è una sfida, è la prova del fuoco.

Faranno dei danni? È probabile, come chiunque governa. Come i super fighi di Monti, che sulla carta dovevano rappresentare il meglio del pensiero e della tecnica italiana.

Conviene ricordare ai nostri inorriditi lettori, che in questo momento ritengono che si stia scherzando con il fuoco, che fine hanno fatto i 3,6 milioni di voti di Monti oggi: volatilizzati.

Se li conosci li eviti, ma se non li conosci ci speri. 

Nicola Porro, Il Giornale 7 marzo 2018