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Negli anni Venti la Svezia anticipò Hitler

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1 “E se sulla vendita del Milan avessero tutti ragione?”

Lungi da me essere ecumenico, ma ho troppa stima per Maurizio Molinari per non credere allo scoop de La Stampa (esistenza di tre report forniti da Bankitalia alla Procura di Milano), troppa stima per il procuratore Francesco Greco per non credere alla sua versione: “nessuna apertura di alcun fascicolo in proposito”, troppa stima per l’intelligenza di Silvio Berlusconi e di Niccolò Ghedini per non sapere che oggi sfuggire alla tracciabilità del denaro è impossibile.

E poi  i giornalisti de La Stampa mi paiono ancora individui dalla postura corretta. E se dopo le elezioni la Procura aprisse, come atto dovuto, un fascicolo per poi chiuderlo?

E se il familismo (peloso) dei De Benedetti non c’entrasse nulla?

Nel mondo del Ceo capitalism la famiglia è un problema, non più un’opportunità, come un tempo.

2 “Via le renne dalla Scandinavia”

La Corte Suprema ha respinto il suo ricorso e l’ha obbligato a ridurre il suo gregge da 116 a 75 renne. In pratica è il primo passo per costringerlo ad abbandonare la sua attività.

Jovsset Sara è uno dei centomila del popolo lappone Sami che Svezia, Norvegia, Finlandia, discriminano da sempre come hanno fatto gli americani con i pellirossa.

Negli anni Venti gli scandinavi, Svezia in testa, anticipando Hitler (c’è una ricca documentazione in proposito), trattarono i Sami come fossero bestie, cavie da schedare: denudati, misurazione del cranio, sottoporre a test medici stile nazista, etc.

La loro unica colpa: essere uomini liberi, seppur seduti su miniere da sfruttare. Una notazione a margine. In tutte le classifiche noi siamo agli ultimi posti e gli svedesi ai primi.

Sul rispetto dei diritti dei popoli autoctoni gli svedesi sono all’ultimo posto. Tiè!

3 “Stucchevole domenica di propaganda politica”

Imbarazzante il linguaggio dei leader politici, stanco, monotono, senza uno straccio di metafore intelligenti. Matteo Renzi è fermo su quello di Leopolda 2. Luigi Di Maio non riesce a uscire da quel limbo linguistico né carne (Grillo), né pesce (Casaleggio) nel quale si è cacciato.

Silvio Berlusconi abbandonato giustamente il “non metto le mani nelle tasche degli italiani” (tanto in saccoccia non hanno più nulla) non riesce a spiegare i vantaggi della flat tax (e se non ci fossero?); non ha capito che i cittadini preferirebbero il modello web tax (se è gradito a quelli di Silicon Valley va bene pure a loro).

Matteo Salvini ormai è focalizzato sulla Legge Fornero, nessuno riesce a schiodarlo di lì. Pietro Grasso dà il meglio di sé nei monosillabi con sorriso incorporato.

Se non ci fosse Giorgia Meloni sarebbe uno sfacelo: il suo linguaggio ha la brillantezza di quello di Giorgio Almirante e la secchezza feroce di quello di Giancarlo Pajetta. (Oggi la destra autentica è un mix Msi e Pci, il meglio della Prima Repubblica).

Riccardo Ruggeri 15 Gennaio 2018