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Non vuoi incerarmi i testicoli? Sei una bigotta transfobica

Dal Canada, un’altra assurda vicenda del politicamente corretto

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Un sconcertante episodio di discriminazione sta scuotendo le politicamente correttissime coscienze dei cittadini canadesi. Disclaimer: non è una vicenda particolarmente raffinata.

Siamo a Vancouver. Una persona si presenta ad un centro estetico e richiede la depilazione inguinale. È la cosiddetta ceretta brasiliana, una richiesta di routine per un centro estetico. Senonché il soggetto in questione non ha una vagina. Ha pene e testicoli e pretende dall’operatrice la depilazione del pube.

Tutte le donne coinvolte, ben 16, rifiutano di maneggiare e incerare i testicoli dell’individuo. Il punto è, penserete, che questo maniaco, ricercato dalla polizia, sia riuscito a far perdere le sue tracce. Non proprio. Sono le 16 donne ad essere finite sul banco degli imputati, denunciate presso la commissione governativa canadese per i diritti umani con l’accusa di comportamenti discriminatori e incitamento all’odio (hate speech). E si ritrovano anche disoccupate perché il centro estetico è stato chiuso. Benvenuti nel 2019, benvenuti nel mondo delle politicamente corretto e delle identity politics.

L’individuo in questione è Jessica, una volta Johnathan Yaniv. Jessica si identifica con una donna, anche se ha mantenuto tutti gli attributi maschili. Ma questo è un dettaglio. Se Jessica dice di sentirsi donna, allora è una donna a tutti gli effetti, con buona pace di queste depilatrici bigotte e transfobiche.

Al solito ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere.

La questione è seria perché in Canada una legge federale ha elevato le identità di genere al rango di diritti umani imprescindibili, con conseguenze che hanno suscitato diverse perplessità tra i sempre più sparuti difensori della libertà di espressione. Non riconoscere l’identità di una persona transessuale è stato equiparato all’hate speech. In teoria, se vi rifiutate di interpellare una persona transessuale con il pronome che si è scelta (i vari he/she/they, ma a volte anche parole inventate come “ze”) potreste essere incriminati per incitamento all’odio.

Lo psicologo Jordan Peterson è diventato famoso per la sua battaglia solitaria contro questa legge. Una battaglia persa che gli ha valso l’odio eterno dell’accademia e dei media mainstream. Oggi però i fatti sembrano dargli ragione.

Le 16 estetiste non hanno riconosciuto la femminilità del transessuale Jessica Yaniv, violando così la sua identità. E Yaniv le ha così denunciate alla commissione federale, con l’approvazione dei social media.Su Twitter, Yaniv  si vanta di aver fatto chiudere il centro estetico: “Li ho denunciati al proprietario, e oggi questo centro non esiste più. Chi dice che Jessica non è potente?”.

“Non dovrebbero offrire servizi alle donne, se poi rifiutano di servire una donna solo per bigottismo anti-LGBT”, scrive un utente sulla stessa pagina.

Certamente non è giusto assimilare questa Jessica Yaniv, non nuova a comportamenti ambigui e depravati, alla comunità transessuale. Non c’è dubbio che si tratti di un scheggia impazzita. Il punto però è che, dichiarandosi semplicemente transessuale, anche questo personaggio abietto ha attivato le alleanze e le protezioni di cui gode la categoria a livello politico e culturale.

Tutto deriva dalla piramide dell’oppressione e del vittimismo teorizzata dalla sinistra identitaria. In cima i maschi bianchi eterosessuali ed oppressori per cui non si deve avere pietà. Poi le donne; poi minoranze ed omosessuali; infine i transessuali. E con loro perdono tutti.