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Quel disprezzo per la democrazia: quando il popolo diventa plebe

Ieri la democrazia, quando non era la grande avversaria del liberalismo, poteva diventarne un’alleata ma da riguardare con la dovuta diffidenza. Le passioni del popolo sovrano, era il timore diffuso, potevano indurlo a calpestare i diritti civili – a cominciare da quello di proprietà – e a minacciare i diritti politici.

Forse è superfluo far dei nomi (Benjamin Constant, Alexis de Tocqueville, J.S. Mill etc.) Non si può non accennare, invece, al tema della ‘tirannia della maggioranza’, che dai classici della politica, nell’Atene di Pericle e di Platone, arriva fino ai giorni nostri – tirannia per lo più rievocata come un fantasma assetato di vendetta dai paladini dell’antiberlusconismo ideologico (dalla buonanima di Stefano Rodotà al sempre attivo e pontificante, Gustavo Zagrebelsky).

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La legittimazione democratica di cui si faceva forte il Cavaliere, negli anni di Palazzo Chigi, a loro avviso, doveva fare aprire gli occhi a quanti non avvertivano il pericolo di un demos irresponsabile, volubile, vittima della fascinazione degli imbonitori come quello descritto da Thomas Mann nel racconto allegorico Mario e il mago. Berlusconi, ricordavano gli ipergantantisti (elettori—e talora eletti– del partito di Stalin!), ha avuto la maggioranza dei suffragi ma anche Hitler l‘aveva avuta e, pertanto, si preannunciavano tempi bui.

Questa paura del popolo – retrocesso a plebe o a Lumpenproletariat quando non vota col cervello ma con la pancia – era diffusa nell’universo socialcomunista: la si ritrova in Lenin, quando scrive  che abbandonato a se stesso, il proletariato si sarebbe socialdemocratizzato come nell’Italia del dopoguerra, tra i notabili della vecchia destra, tra i ‘moderati’, tra gli intellettuali militanti di sinistra, che nell’Uomo qualunque vedevano l’avanzata della Vandea italica, la cloaca di tutti i malumori e risentimenti oggi raccolti nell’antipolitica e nel populismo.

Come liberale, sono ‘di diverso parere’. Innanzitutto, penso che ogni opinione vada rispettata – l’elettore come il cliente “ha sempre ragione” – in quanto esprime, se non altro, bisogni e proteste per un disagio sociale di cui siamo, sì, tutti responsabili, ma i governanti più dei governati.

In secondo luogo, chiedo: chi dovrebbe porre un limite alle eventuali prevaricazioni della politica democratica? Il diritto? Ma nun pazziamme! come si direbbe a Napoli. Il diritto, oggi, è la Costituzione italiana interpretata dagli Zagrebelsky, dai Cassese, dagli Amato e resa operante dai PM di tante procure nutrite di una filosofia del diritto fondata sull’interpretazione progressiva delle norme.

Un allievo di questi luminari, Paolo Flores d’Arcais, ha sostenuto, senza vergognarsi, che in base alla nostra Magna Carta, un partito politico che vincesse le elezioni col programma di Margaret Thatcher dovrebbe venir messo fuori legge. I tempi, purtroppo, sono mutati e dall’imperialismo giudiziario ormai può salvarci solo la democrazia purché incatenata al liberalismo al fine di evitare vecchie tentazioni demagogiche e liberticide.

Dino Cofrancesco, 11 maggio 2018

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4 Commenti

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  1. Falsa democrazia perché il popolo non è stato fatto crescere e reso libero, iformato e cosciente di diritti e doveri ma abbandonato a se stesso e colonizzato dai massmedia e soprattutto dalle tv, in particolare quelle del Puttaniere suo padrone, che ha corrotto il paese con infotainement trash.

  2. Se ho capito bene, alla fine del terzultimo paragrafo l’ultima parole va letta “GOVERNATI” e non governanti.

    ….”responsabili, ma i governanti più dei governanti.”

    Grazie

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