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Quello che gerarchie vaticane e salotti alto-borghesi non capiscono

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Ieri sera a Matrix, vedendo Matteo Salvini, che con un crocifisso in mano esultava per la vittoria della Lega e preannunciava le sue mosse al Consiglio dei Ministri, ho avuto una laicissima reazione di rigetto non dissimile da quella dell’amico Piero Sansonetti e di Alessandro Barbano. E tuttavia mi sono venute in mente le parole di Spinoza: «non ridere, non lugere neque detestari sed intelligere» (non ci sarebbe bisogno di tradurle ma non si sa mai: «non ridere, non piangere, non detestare ma capire») e allora mi sono chiesto: qual è il senso dell’esibizione della fede, a urne elettorali ormai chiuse?

Ho l’impressione che dietro ci sia un grande disegno del ‘capitano’: quello di fare della Lega la nuova DC (come mi pare abbia detto Vittorio Sgarbi) ma in un paese—è questa la novità—in cui Papa, Vaticano, Gerarchie, con il loro oggettivo universalismo antioccidentale, lasciano il gregge nazionale senza guida o meglio lo sottopongono a una pedagogia etico-politica che lo sconcerta profondamente non essendo  quella di Tommaso d’Aquino o di Antonio Rosmini bensì quella di Franz Fanon o di José Mariategui.

La Chiesa—già il nome scelto da Papa Bergoglio è sintomatico—intende tornare allo spirito delle primitive comunità cristiane, all’esaltazione di Madonna Povertà, al ‘denaro sterco del diavolo’ etc… ma, in tal modo, rischia di perdere la presa sulla ‘società civile’ italiana che è, pur sempre, latino-europea non latino-americana. Le parrocchie e le cattedrali vuote ne sono una riprova. Peraltro, mi scuso per la nuova citazione latina, se è vero che «quos Deus perdere vult, dementat prius» –Dio fa perdere la ragiona a quelli che vuol rovinare–, va riconosciuto che vescovi, cardinali, intellettuali e columnist cattolici, non l’hanno persa del tutto giacché hanno visto in Salvini l’avversario più temibile, il nuovo Anticristo da ricacciare nell’Inferno fascista.

In un mondo in cui il prete controllava anche il respiro dei fedeli, questa demonizzazione era efficace ma in un una fase avanzatissima della secolarizzazione, come quella che stiamo vivendo da tempo, essa fa il gioco di Salvini che, nei blog dei tradizionalisti cattolici ferocemente antibergogliani, viene indicato come la zattera di salvataggio di una comunità di credenti che vede affondare da lontano la nave di Pietro.

«Non possiamo più permettere che ci si appropri dei segni sacri della nostra fede per smerciare le proprie vedute disumane, antistoriche e diametralmente opposte al messaggio evangelico – ha detto Monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo durante l’Assemblea dei Vescovi italiani a Roma. — Chi è con lui non può dirsi cristiano perché ha rinnegato il comandamento dell’amore». Mogavero, ‘Avvenire’, alleati e fiancheggiatori vari— dal ‘Foglio’, che spara a zero sul Truce, al ‘Manifesto’—sembrano aver dimenticato che un leader politico capace di ottenere un largo seguito popolare (vogliamo dire: «facendo leva sulle paure degli Italiani?» e diciamolo pure…) se diventa il nemico pubblico n.1, come Buddha trasforma in fiori le frecce che gli vengono lanciate contro.

Sottovalutare il problema dell’accoglienza, ignorare il ‘conflitto di civiltà’—trattando uno dei maggiori scienziati politici del nostro tempo Samuel P. Huntington come venivano trattati Nietzsche e D’Annunzio dai benpensanti di primo Novecento—chiudere gli occhi davanti al degrado ambientale causato dalla coabitazione di diverse etnie (si veda il tenero film Come un gatto in tangenziale di Riccardo Milani), al di là di ogni ragionevole dubbio, ha fatto il gioco di Salvini. Se ne accorsero già da anni sociologi di sinistra come Luca Ricolfi, se ne stanno accorgendo pubblicisti e intellettuali engagés come Federico Rampini e Raffaele Simone.

«Più mi attaccano, più voti mi fanno prendere» dichiarava un Matteo Salvini ‘solo contro tutti’: chi sente su di sé le ali della vittoria, diventa lucido—lo furono Napoleone quando percepì l’inconsistenza della classe dirigente termidoriana, lo fu Mussolini quando si rese conto che l’Italia giolittiana era alla frutta.

La cosa più patetica, però—e se ne prova una tenerezza infinita leggendo gli attacchi di Claudio Cerasa e di Giuliano Ferrara– è aver contrapposto all’Italia barbara di Salvini l’Europa civile dei buoni salotti alto-borghesi ed esteticamente cosmopoliti. Siamo tutti europeisti—cos’altro potremmo e dovremmo essere, dal momento che il Vecchio Continente è la matrice della nostra più profonda identità culturale? –ma, per parafrasare il grande Giovanni Amendola che si riferiva all’amatissima patria, «L’Europa come oggi è non ci piace». L’UE—per chi scrive, irrinunciabile—molto ci dà ma molto ci toglie: indietro non si torna ma, a cominciare dal passaggio all’euro—che ha dimezzato il tenore di vita di non pochi italiani—abbiamo il compito di ristrutturare l’edifico comunitario oggi pieno di crepe. Pensare che giocando la carta più Europa si sarebbe vinta la partita elettorale poteva venire in mente solo a una nativa di Bra che si ritiene (e la grande stampa compiacente, chissà perché, la induce a ritenersi) una nuova Simone Veil. Voler fermare gli Unni di Matteo sventolando la bandiera europea, è come promettere la guarigione dal vaiolo andando ad abitare in terre esposte alla malaria.

Il PD non si è rimesso certo faticosamente in marcia per essersi richiamato al Manifesto di Ventotene (chi l’ha letto?) ma per essersi ritrovato come l’unica credibile formazione di sinistra contraria al governo gialloverde. Divorziando da Emma Bonino, Carlo Calenda si è assicurata la carriera politica ma per la leadership della grande sinistra unita deve imparare a non fare gaffe, come quella che gli scappò quando, interrogato sull’accoglienza, disse che una volta al governo, prima avrebbe fatto sbarcare i migranti e poi si sarebbe accordato con gli altri governi europei. Tutti, ovviamente, in attesa, a braccia aperte.

Dino Cofrancesco, 27 Maggio 2019