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Salvini, fai come il grande Gimondi

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Forse, Matteo Salvini, che è passato in un batter d’occhio dal leghismo al nazionalismo e che dice di amare l’Italia a tal punto da sentirsi mostruosamente padre di sessanta milioni di cristiani, dovrebbe conoscere qualcosa della storia di questo straordinario Paese. Almeno la storia popolare e sportiva. In queste ore, che sono al contempo per lui drammatiche e ridicole, dovrebbe prendere esempio dalla tenacia, dalla forza, dalla volontà di Felice Gimondi. L’ultimo vero grande ciclista italiano, che ci ha lasciato ieri per uno scherzo del suo instancabile cuore, era forte e veloce come il vento ma non aveva paura di andare controvento perché si misurava nientemeno che con il più forte di tutti: Eddy Merckx detto il Cannibale. Quando il campione belga ha saputo della morte improvvisa del suo rivale italiano che vinse tutto ha detto: “Oggi perdo io. Felice ha sempre accettato la legge della strada, la legge del più forte, spesso ero io ma tante volte è stato lui il più forte. Un uomo, un ciclista tenace, testardo, uno che non mollava mai”.

Anche il ministro dell’Interno non molla mai. Ma, per sfortuna sua e di un intero Paese, in negativo. Più che volontà è cecità. Purtroppo, devo ripetermi. Proprio su queste colonne diedi qualche tempo fa la giusta definizione di Salvini: perdente di successo. I giorni di questa calda, caldissima estate di ciò che resta della politica italiana lo confermano con i fatti. Il guaio, il grosso guaio di Salvini non è il Cannibale – perché né Di Maio, né Renzi, né Conte lo sono – ma la Bestia ossia Salvini stesso e la macchina comunicativa che ha messo all’opera per conquistare consenso. Salvini, infatti, confonde maledettamente comunicazione e politica e fa dipendere, come quasi tutti ormai in Italia, la seconda dalla prima. Ma la comunicazione non è politica o, se volete, è solo una parte della politica che, lo si voglia o no, resta nei momenti decisivi un’opera individuale di un uomo che dimostra di sapere cosa fare, di avere colpo d’occhio, di saper anticipare le mosse dell’avversario e saper calcolare il suo stesso fallimento. Tutte facoltà che, invece, Salvini ha dimostrato ampiamente di non avere quando di fatto nel suo discorso di Sabaudia – una sorta di 8 settembre anticipato all’8 agosto, tanto per “alleggerire” – ha aperto una crisi politica senza davvero aprirla e dando così ai suoi avversari, sia di governo sia d’opposizione, il vantaggio del tempo con cui organizzarsi e studiare le dovute contromosse. Il contrario del genio politico che è soluzione e velocità di esecuzione. In quel discorso Salvini annunciò che “i sette ministri della Lega sono a disposizione degli italiani perché noi non siamo attaccati alla poltrona” ma nove giorni dopo i ministri della Lega sono ancora sulle poltrone. Un disastro.

Se Salvini, una volta constato che non c’era più la maggioranza di governo a causa della mozione del M5S sulla Tav, avesse ritirato – come si diceva una volta –  la delegazione dei ministri della Lega al governo avrebbe obbligato il presidente del Consiglio a salire al Quirinale e a rimettere il mandato e, comunque, avrebbe rimesso le decisioni in mano al presidente della Repubblica. Ma Salvini tutto questo non l’ha fatto. Perché?