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“Siamo al capolinea”, la lucida analisi di Rosanna, edicolante

Ho ricevuto una lettera non solo gentile, ma contenente una sintesi politica alta, da parte della signora Rosanna, titolare di un bar ed edicolante. “Mentre stavo preparando le rese dei quotidiani”, mi scrive, “sono stata attratta dal titolo di un articolo che aveva un argomento che mi interessava: era il suo. Mi sono presa un attimo per leggerlo, sono rimasta piacevolmente sorpresa e le dico che mi è venuto anche un piccolo magone. Lei in quel articolo ha espresso esattamente il mio pensiero, ha scritto esattamente tutto quello che vorrei dire ai politici che lei ha nominato, tutti i giorni dico le stesse cose ai miei clienti, fiduciosa che Di Maio e Salvini mettano davanti ai loro interessi quelli degli italiani, che esprimano l’amore per questa patria disastrata, e facciano tornare a noi la voglia e l’orgoglio di sentirci italiani. Chi ci ha governato fino ad ora ci ha fatto diventare aridi ed egoisti (sto bene io, stanno bene tutti), noi non siamo così, la nostra storia di italiani tramanda che siamo esattamente l’opposto, ma probabilmente qualcuno ha tratto giovamento da queste divisioni per mascherare le malefatte. Mi auguro che siamo arrivati al capolinea e che salgano sulla nuova linea dei conducenti che sappiano portarci tutti sulla retta via”.

Ringrazio la signora Rossana prima di tutto perché per un giornalista essere letto da un’edicolante, seppur solo un istante prima di andare al macero, vista l’immensa offerta, è motivo di grande soddisfazione. Il messaggio che trasmettono queste elezioni è proprio quello che ha sottolineato lei con eccellente sintesi giornalistica: siamo arrivati al capolinea.

È proprio così: ormai è certificato, siamo al capolinea.

Eravamo partiti pieni di entusiasmo il 18 aprile 1948, divisi fra democrazia e comunismo, divisi fra Nord (repubblicano) e Sud (monarchico), divisi su tutto, specie in termini culturali, ma ci sentivamo un popolo che avrebbe avuto un futuro comune. Infatti, in settant’anni siamo diventati un grande paese, avevamo raggiunto una certa ricchezza, l’ascensore sociale funzionava a pieno ritmo, aveva permesso grandi opportunità a quelli di noi più capaci (e pure più fortunati).

Di più, i primi anni dell’ingresso in Europa (ahimè con un trucco) ci avevano illuso che il modello impostoci, senza uno straccio di referendum, fosse quello giusto. La crisi del 2008 ci ha tolto ogni illusione, il modello era banalmente sbagliato, e la (dura) realtà lo dimostrava: produceva povertà per molti e fantozziane ricchezze per pochi (loro stessi si vergognano). Un pugno di “vincitori” e una massa informe di “sconfitti”.

Lo dimostrava l’approccio verso il tema principe della vita, il lavoro che, stante il modello tutto centrato sul suo abbattimento, si è fatto via via più non solo più scarso ma anche più povero, l’ascensore sociale smantellato (tutti a piedi), i politici hanno cominciato a giocare con le parole (un esempio: spacciarci per “percezione” la “realtà” a loro non gradita). Cara Rosanna, ora attendiamo alla prova i nuovi conducenti.

Riccardo Ruggeri, 31 marzo 2018

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Un commento

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  1. Sono in disaccordo sulla sua analisi di quello che fu, però su quello che purtroppo è sono un po’ più vicino al suo pensiero.

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