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Tassare le merendine, l’ideona del neoministro dell’Istruzione

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Il neoministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti (M5S), ancora non aveva messo piede in viale Trastevere che già annunciava a mezzo stampa, intervistato dal Corriere della Sera con la brava Gianna Fregonara, di voler tassare gli snack per finanziare la scuola e – udite udite! – “stili di vita sani”. Ora sì che siamo a cavallo.

L’anno scolastico è alle porte, praticamente è iniziato e già si sa che mancano centomila insegnanti per poter avviare le lezioni senza grossi disagi. Ma l’assenza di insegnanti non è dovuta alla mancanza di personale ma, paradossalmente, all’abbondanza. L’Italia ha un numero altissimo di docenti (circa 800 mila, il numero esatto nessuno lo conosce) che, però, il sistema pachidermico dell’istruzione statale non riesce più a gestire ormai da decenni. Il primo obiettivo dell’ultima riforma della scuola – legge 107 governo Renzi, già riformata dal governo Conte 1 – era proprio quello di arrivare all’inizio di settembre con le cattedre al completo. Obiettivo che non è stato mai raggiunto. E che non sarà mai risolto proprio perché la macchina statale dell’istruzione è ormai così grande che nessuno – nessuno! – è in grado di governarla con un minimo di razionalità.

A fronte di questo di questo problema dell’amministrazione scolastica, il neoministro non trova di meglio da fare che dichiarare quanto segue: “Ci vogliono investimenti subito, nella legge di Bilancio: due miliardi per la scuola e uno almeno per l’università. Lo dico da ora: se non ci saranno, mi dimetto”. Io accetterei subito le dimissioni. Perché un ministro che ancora non inizia a lavorare e subito chiede soldi e, addirittura, propone nuove tasse è un ministro che dimostra di non conoscere la macchina che deve guidare. Spero di sbagliare.

Un buon ministro dell’Istruzione dovrebbe conoscere dal di dentro l’amministrazione scolastica fino al punto da sapere che il sistema napoleonico della scuola italiana è ormai giunto a un punto in cui non tollera più alcuna riforma. I cinquant’anni che ci separano dalla fine (formale) della scuola di Gentile sono trascorsi in gran parte con una sperimentazione che doveva essere provvisoria – come ogni esperimento – e divenne definitiva. Con il risultato che la nuova scuola di massa non è mai nata ed è solo stata la distruzione della vecchia scuola. In questa distruzione ciò che è rimasto in piedi è solo il valore legale del diploma che è tuttora l’elemento burocratico-amministrativo intorno al quale tutto ruota. Ma con un piccolissimo particolare che già Einaudi e poi un grande ministro come Salvatore Valitutti misero in luce: il reale valore culturale e formativo del diploma è inferiore alla carta su cui è certificato.