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Tutte le bugie sui sacchetti bio di Renzi

Ecco tutta la verità sui sacchetti della frutta, la finta smentita di Renzi e i rapporti con la Novamont

Il 31 dicembre, un giorno prima che scattasse l’obbligo di adottare sacchetti parzialmente biodegradabili per imbustare frutta e verdura al supermercato, Giuseppe Marino ha firmato sul Giornale un’inchiesta che svelava i rapporti tra il Pd renziano e Catia Bastioli, amministratore delegato dell’azienda leader in Italia nella produzione di bioplastiche, sostenendo che la norma avvantaggia soprattutto questa società, la Novamont.

È scoppiato un putiferio e dopo quattro giorni di rivolta sui social network è intervenuto lo stesso Renzi, che ha parlato di fake news, citando però non l’articolo dettagliato uscito sul Giornale ma una sintesi “che gira via sms”. Ho chiesto a Giuseppe Marino di rispondere alle tante obiezioni messe in circolazione su siti e social network da chi sostiene che la norma sia buona e giusta.

Giuseppe Marino

1) Giuseppe, Matteo Renzi dice che l’aiutino all’azienda è una fake news

Sono rimasto molto stupito dallo stile di questa risposta. Un ex presidente del Consiglio e leader del partito di maggioranza che sostiene il governo, risponde senza citare i fatti, fornendo un’informazione lacunosa e parziale e infarcendo il tutto con una fake ironia, del tipo “avrei organizzato un complotto per aiutare miei amici e cugini di terzo grado impegnati nella fabbricazione di sacchetti” e poi “Voi non immaginate quanto sia diabolica la nostra mente: prepariamo complotti tutti i giorni, anche tra San Silvestro e Capodanno”.

E chi ha parlato di complotti? Chi ha mai parlato di cugini? Io ho parlato di una manager che era speaker alla Leopolda renziana più importante, quella del 2011.

La stessa, Catia Bastioli, che è stata anche nominata nel 2014 alla guida di una grande società partecipata dallo Stato, e che quest’estate, su proposta del ministro Calenda, è stata nominata Cavaliere del lavoro. E in realtà la norma non è di Capodanno: è stata inserita in una legge che non c’entrava niente (il Dl per lo sviluppo del Mezzogiorno), con un emendamento presentato dal Pd in piena estate, il 3 agosto.

2) Sono 150 le aziende che fabbricano sacchetti prodotti da materiale naturali e non da petrolio? Non proprio

Novamont in realtà non produce direttamente i sacchetti, ma il materiale biodegradabile per fare la pellicola e chi confeziona materialmente i sacchetti lavora dietro licenza. Legambiente ad esempio, sostiene che “quella del monopolio è un’accusa senza fondamento, le bioplastiche le fanno le maggiori aziende al mondo”.

È vero: al mondo, appunto. Ma in Italia questo materiale è commercializzato da tre sole aziende, due tedesche e una italiana, la Novamont che, stando ai numeri che ho rilevato attraverso la grande distribuzione, attualmente ha l’80% del mercato.

Marco Versari, ex portavoce di Novamont e presidente di Assobioplastiche, federazione delle industrie del settore, ammette in un’intervista proprio al Giornale che “stiamo parlando di 8-10 miliardi di pezzi la cui produzione sarà esclusivamente italiana determinando grandi investimenti e la creazione di nuovi posti di lavoro. La tecnologia delle bioplastiche, infatti, valorizza l’industria italiana”.

A 1-4 centesimi al sacchetto fanno centinaia di milioni. Del resto lo stesso Renzi fa capire poi che dobbiamo impegnarci per aiutare un settore produttivo italiano. Ed è Renzi che ha fatto tappa alla Novamont con il treno elettorale del Pd e, uscendo da una riunione a porte chiuse con i dirigenti, ha dichiarato che “bisogna sforzarsi di più di valorizzare questa eccellenza italiana”.

Legambiente forse non ha letto bene queste dichiarazioni.

2bis) Si potrebbe definire una sano nazionalismo sul modello di quanto fanno in Francia, ad esempio.
L’obbligo di limitare l’uso di sacchetti di plastica deriva da una direttiva europea e aiuta un’azienda italiana. Fin qui tutto bene, anche se magari chi è davvero liberale potrebbe avere da ridire.

Ma il Pd è andato ben oltre la direttiva europea, che non obbliga affatto a far pagare i sacchetti ultraleggeri (quelli per la frutta e verdura) direttamente ai consumatori, come invece è previsto dalla legge italiana.

3) “È il mercato, bellezza”. Non proprio…

Molti amichetti miei, liberisti come il sottoscritto, dicono che non c’è niente di strano se i supermercati fanno pagare una merce ai consumatori. Io sono favorevole al mercato e mi auguro che la Novamont prosperi e dia lavoro a tanta gente.

Detto questo il mercato c’entra poco, se l’obbligo di far pagare i sacchetti è imposto per legge. Tra l’altro, gli stessi vertici delle catene di supermercati, nei colloqui che ho avuto, mi hanno segnalato il rischio di questo obbligo di legge: finché il mercato italiano non si aprirà di più, vanificando le speranze di Renzi, il rischio è che i pochi produttori possano alzare il prezzo.

Mancano controlli adeguati, né la norma agostana li prevede.

4) “Un atto di civiltà ecologica”? Falso

Il ministro dell’ambiente Galletti dice che “l’entrata in vigore della normativa ambientale sugli shopper ultraleggeri è un atto di civiltà ecologica”. Molti sui social si sono bevuti questa versione e ripetono, senza conoscere i fatti, che “in fondo qualche centesimo per salvare l’ambiente non è molto”.

Sono sorpreso che anche un’associazione come Altroconsumo, dia credito a queste affermazioni senza alcuna seria verifica. Proprio loro che di solito provano tutto in laboratorio, stavolta hanno scelto di definire la critica alla legge “una vera e propria fake news” e la prova sarebbe che è “prontamente già smentita dagli altri organi di stampa”.

Ecco, io non ho il laboratorio, ma la rassegna stampa sì. E non so quali organi di stampa consultino loro, ma io non ho trovato smentite sul Corriere della Sera, su La Stampa e Repubblica ho trovato solo articoli sul boom che avrà ora il mercato delle bioplastiche, altri giornali citano il mio articolo, il Fatto Quotidiano non lo cita me ne replica il senso. E Il Sole24Ore aggiunge altri elementi critici. Secondo il quotidiano di Confindustria “i sacchetti ecologici per frutta e verdura rischiano di essere un boomerang”.

5) Addirittura un boomerang? Ma anche l’ambiente?

La parte della norma che obbliga a usare sacchetti biodegradabili (ma solo in parte, per ora il 40%) diminuirà il quantitativo di plastica usato. Ma si poteva fare senza far pagare il sacchetto al consumatore, consentendo ai supermercati di decidere liberamente se regalarlo o meno. Il centro della mia critica, non smentito da nessuno e addirittura approfondito nell’articolo del Sole, è che l’obbligo di far pagare i sacchetti unito al divieto di riusarli (per motivi igienici), rende impossibile ridurre il numero dei sacchetti monouso, che era lo scopo perseguito dalla direttiva europea.

Se devo per forza usare quelli che mi dà il supermercato e non posso portarmeli da casa, l’unica alternativa è comprare meno frutta al supermercato. Stefano Ciani, direttore di Legambiente,​ dice che “non è vero che siamo obbligati a prenderli al supermercato”. Invece siamo talmente obbligati che chi ha provato a comprare un’arancia senza sacchetto, lo ha pagato lo stesso alla cassa. E, al momento, non si possono riusare i sacchetti già acquistati, come ha spiegato perfino il ministro Galletti, per motivi igienici.

6) Ora paghiamo due volte

Il ministro Galletti dice però che il costo dei vecchi sacchetti di plastica già lo pagavamo, incorporato nel prezzo della frutta. Ora quel prezzo è in chiaro nello scontrino. Sì ora il costo dei sacchetti bio è aggiuntivo e visibile. Ma i supermercati avranno scomputato il costo dei vecchi sacchetti di plastica dal prezzo della frutta? Perché se non è così, e la legge non prevede nessun meccanismo perché ciò avvenga, significa che ora paghiamo due volte: quelli vecchi di plastica “nascosti” e quelli bio in chiaro.

Fossi nel ministro non sarei così “orgoglioso”.

7) Il problema dell’etichetta

Un’altra osservazione che gira è che ora potremo usare i sacchetti bio per l’umido e dunque riciclarli con un vantaggio economico. C’è un problema che ammette anche Altroconsumo, forse dopo aver consultato i propri laboratori: una volta apposta l’etichetta con il prezzo, il sacchetto non è più biodegradabile e non andrebbe usato per l’umido.

“Se si prova a staccarle, il rischio è che il sacchetto si rompa”, dice Altroconsumo. Già perché mentre i sacchetti che ci danno alle casse hanno uno spessore che va da 100 a 200 micron, quelli della frutta sono ultraleggeri, con spessore inferiore a 15 micron.

Ancora Altroconsumo dice che “Alcuni propongono di applicare le etichette sui manici delle buste così che sia più semplice tagliarle via con l’aiuto delle forbici”. Sono sicuro che faranno tutti così, no?

8) Giuseppe, ma secondo te come va a finire?

Non so, alla fine purtroppo siamo abituati a subire di tutto. Leggo già i professionisti del “benaltrismo” sostenere che in fondo ci sono altre tasse più pesanti, altre norme fatte peggio, altre ingiustizie più gravi. Ed è proprio ripetendoci queste cose che finiamo per accettarle tutte.

Colgo però nelle parole di Galletti qualche scricchiolio, quando dice che “il dicastero dell’Ambiente sta verificando con il ministero della Salute la possibilità di consentire ai consumatori di usare sporte portate da casa in sostituzione dei sacchetti ultraleggeri”.

Se questo accadrà davvero Altroconsumo e Legambiente che hanno difeso la legge così com’era, dovranno poi spiegare come mai ai propri soci, se non sono troppo indaffarati nella lotta alle fake news. A me resterà la piccola soddisfazione di potermi chiedere perché non lo hanno fatto prima. E se lo avrebbero fatto mai, se qualcuno non avesse sollevato la questione. 

Nicola Porro, 4 gennaio 2018

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13 Commenti

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  1. Tengo a precisare qualcosa sulla biodegradabilità di quei sacchetti: lo sono solo nei digestori a temperatura costante (60°C circa) delle società che producono il compost dall’umido dei rifiuti urbani (compost che molti agricoltori rifiutano, per cui viene usato prevalentemente per le piante d’appartamento, dai giardini privati e dai parchi pubblici); in mare impiegano più di un anno a degradarsi (nel frattempo fanno danni come gli altri, ma solo per meno tempo).

  2. Altra bellezza della nuova legge. In un supermercato di Verona i peperoni gialli, verdi, rossi hanno il medesimo costo, ma per motivi che non conosco vanno pesati separatamente, per cui tre sacchetti. Devo dire addio alla peperonata?

  3. Ora i supermercati fanno pagare anche i sacchetti della spesa. Alcuni già lo facevano prima. Quelli che prima non li facevano pagare, ora si sentono legittimati a farlo. In un Carrefour l’ho pagato € 0,10 e in un Sigma, € 0,15!

  4. Una cosa che nessuno ha messo in evidenza è che, essendo sacchetti non trasparenti, la merce contenuta non si vede; con la conseguenza che si possa insacchettare un prodotto diverso da quello poi etichettato (e qui sta all’onestà del cliente), ma a me è successo proprio ieri che alla cassa (nei discount non c’è la pesatura autonoma, ma è la cassiera che pesa), mi hanno fatto pagare una piantina d’insalata per cavolo cappuccio. In questo caso è stato a mio favore, ma può succedere anche il contrario.

  5. Il problema non è tanto il costo dei sacchetti per l’ortofrutta.

    E forse nemmeno che ci sia praticamente una sola azienda che produce quel tipo di materiale (c’è sicuramente spazio perché altre aziende inizino a produrre materiale analogo magari diminuendo la quantità di plastica attualmente utilizzata, oggi al 60%).

    L’idea della legge, cioè il pagare 2 centesimi per ogni sacchetto, è giusto, perché doveva servire come deterrente dall’uso di nuovi sacchetti.

    Il consumatore prima di uscire di casa, così come prende le buste riutilizzabili per portar via la spesa, prende anche i sacchetti di tela o di rete riutilizzabili (es. http://amzn.to/2CII88X ) in modo da NON dover usare i sacchetti biodegradabili del negozio che gli costano 2 centesimi e tutti erano più felici.

    Il problema è che il consumatore non ha questa scelta e anzi gli viene NEGATA per legge e per come i supermercati hanno implementato il conteggio dei sacchetti, cioè per ogni codice a barre relativo all’ortofrutta che passa viene conteggiato un sacchetto.

    Pare che il problema sia “igenico”… ma se tengono tanto all’igiene, perché non controllano i consumatori se mettono o meno i guanti prima di toccare frutta e/o verdura? Almeno nel supermercato dove vado di solito, si girano dall’altra parte… e ormai mi sono stufato di dire “signora deve mettere i guanti per toccare la frutta!!!”

  6. In Italia mancavano giusto altre stronzate di questo tipo ….Non era già di suoo fastidiosa la propaganda pre elettorale ..mo anche i fake e le cazzate ..È i giornalisti che amplificano il tutto inutilmente

  7. Condivido tutto ciò che è stato affermato da Marino nell’ intervista di Porro. Essendo un professionista del settore produzione di sacchetti aggiungo due note:
    1) Novamont non ha la capacità produttiva per soddisfare il mercato. Ciò significa che i produttori che lavorano su licenza Novamont dovranno “arrangiarsi ” e produrre sacchetti non perfettamente conformi. Peraltro il rischio di essere scoperti è molto ridotto perché gli ispettori della Novamont non controllano i prodotti immessi sul mercato dai loro licenziatari ma lo fanno solo con i prodotti della lconcorrenza.
    2) la verifica in laboratorio è molto complessa e non esistono in Italia laboratori che possano accreditare questo tipo di metodi di prova. Al momento l’unica verifica possibile è quella che fa la stessa Novamont per dire sei i sacchetti siano stati prodotti con il loro materiale o no. (Verifica peraltro solo documentale relativa alla tracciabilità della materia prima)

    Complimenti a Marino e a Porro.

    Ing. Giuseppe Albino

  8. Il problema è l’obbligo di utilizzare i sacchetti biodegradabili e l’obbligo di farli pagare a parte, questa è una violazione della libertà di impresa.
    I sacchetti in plastica erano compresi nel prezzo della verdura, oggi a parità di prezzo ci fanno pagare in più i sacchetti biodegradabili. Come detto nell’articolo, paghiamo due sacchetti.

    Un’altra cosa che mi ha infastidito sono quei politici che vietano di usare due volte lo stesso sacchetto perché non igienico, come se loro si dovessero occupare della nostra salute.
    Quando vado in campagna a raccogliermi frutta e verdura la metto in cassette e buste usate decine di volte, poi i frutti li lavo a casa. Ad ogni modo i batteri ci servono, sono utilissimi ed abbiamo sviluppato il sistema immunitario per combattere quelli per noi nocivi.

    Il problema di tutto è il “progressismo”, che giustifica qualsiasi privazione della libertà per il raggiungimento del “bene comune”, naturalmente in base ai loro valori. Per questo sostengo da tempo che l’ambientalismo e il salutismo sono le più grandi minacce alla nostra libertà.
    Vorrei che il cdx proponesse l’abolizione dei contributi al fotovoltaico (16 miliardi anno), ma non hanno il coraggio per farlo nonostante quei pannelli non rappresentino una fonte energetica affidabile e arricchiscano l’industria cinese e forse tedesca.

  9. Stasera ho osservato la situazione al reparto ortofrutticolo di un centro commerciale, mi sono chiesto però come mai anche i guanti per potersi servire non fossero anche questi biodegradabili???? Per ognuno che acquista mediamente due sacchetti un guanto monouso viene buttato via….quindi come la mettiamo???

  10. Aggiornamento dalla Commissione Europea:

    http://www.askanews.it/economia/2018/01/04/spesa-con-i-sacchetti-riutilizzabili-lok-della-commissione-ue-pn_20180104_00092/

  11. Mi sta bene tutto anche il pagamento della busta, ma come al solito una picola buccia di banana li ha fatti sbattere in terra: perchè vietare l’uso di propri contenitori? La merce che li deve contenere è tutta da pulire o sbucciare: allora quale è il problema? Semplice la compagna del Cazzaro deve incassare tanti soldoni anche per il PD! Meditate gente e ricordatevelo il 4 Marzo!

  12. Una vera presa per i “fondelli”. Come la mettiamo con le verdure già confezionate? I contenitori sono ecocompatibili? Quanti imballaggi si potrebbero eliminare?

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