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Voto, 4 riflessioni e 2 scenari a freddo

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La prassi insegna come nelle tre settimane che passano tra i risultati delle elezioni, la nomina dei presidenti di Camera e Senato, l’avvio delle consultazioni, si apre un fittissimo negoziato fra tutte le forze politiche, sotto la regia volutamente assente del Presidente della Repubblica.

Ogni volta succede sempre la stessa cosa: il partito che ha “quasi” vinto pretende che lo sconfitto gli dia i voti che gli mancano, e se non lo fa i suoi vertici si irritano. L’aspetto curioso è che, ogni volta, le élite, e noi della stampa ci schieriamo con il primo, stigmatizzando il secondo: mi sfugge la ratio.

Nel 2013 valanghe di insulti su Beppe Grillo che rifiutò di aiutare il Pd di Pierluigi Bersani, ora stessa operazione verso il malcapitato Matteo Renzi che dopo le botte dovrebbe pure diventare portatore d’acqua di quelli che vogliono impossessarsi del “suo” Pd.

Mi secca citarmi, molti di noi non si rendono ancora conto che non solo ci sono “due vincitori” (come diceva Alda Moro nel 1976), ma questi, oltre ai voti si sono spartiti il paese in termini territoriali: “il nord digitale” a Matteo Salvini, il “sud analogico” a Luigi Di Maio.

Di colpo, da tripolari siamo diventati bipolari, l’uno ha sostituito Silvio Berlusconi alla guida del centro-destra, l’altro è diventato il nuovo “Ulivo” di prodiana memoria, pronto a fare l’Opa su quel che resta del Pd. Ovvia la mossa di Matteo Renzi (sconfitto, ma non fesso) di ritirarsi sulla Rocca di Radicofani e diventare il Ghino di Tacco 2.0.

Bravo! Non aveva altra alternativa.

Alcune riflessioni che sottopongo ai lettori:

1) Molti dei voti presi da Di Maio sono meno “pesanti” e più ballerini nel lungo termine: il centro-sinistra che sta nascendo intorno ai Cinque Stelle è strutturalmente fragile.

2) I voti di Salvini sono numericamente molti meno, ma sono tutti “pesanti”, l’operazione Opa su Fi è appena iniziata e avrà un sicuro successo (Silvio Berlusconi sarà costretto, per difendere la “roba”, a sostituire Gianni Letta con Matteo Salvini). Il centro-destra che sta nascendo sarà un partito di lotta e di governo simile al PCI di Enrico Berlinguer al quale inconsciamente si ispira.

3) Frettoloso il salto della quaglia della fazione politicamente meno sofisticata dell’establishment (Vincenzo Boccia, Sergio Marchionne, Eugenio Scalfari) verso i Cinque Stelle, così come della parte “non renziana” del Pd. Quando le élite di sinistra parlano per tweet diventano biechi populisti (Carlo Calenda docet).

4) L’Europa si è subito schierata con i Cinque Stelle perché giudicati da loro intellettualmente più grezzi e politicamente meno strutturati. Immagino che gli eurocrati scommettano su Di Maio.

Chissà se Di Maio non abbia capito che:

a) l’Europa il termine “governabilità” lo declina nell’osceno “cedere quote di sovranità a livello sovranazionale” (non ha alcun altro interesse);

b) il suo cavallo di battaglia che gli ha fatto vincere le elezioni 2018, il mitico “reddito di cittadinanza”, alle prossime elezioni sarà quello che potrebbe seppellirlo quando i cittadini scopriranno che attraverso questa “mancia” il Ceo capitalism si sarà impossessato, per quattro soldi, della loro dignità di cittadini e della loro anima di uomini, trasformandoli in zombie perennemente connessi.

Due le opzioni:

1) I Cinque Stelle fanno un governo con sfridi delle varie sinistre, dei vari moderati, delle élite più ottuse.

2) Cinque Stelle e Centro Destra, obtorto collo, si accordano per fare, in un governo del Presidente una nuova legge elettorale e tornare alle urne fra un anno, in occasione delle elezioni europee.

Personalmente, a caldo, credo più alla seconda opzione che alla prima. Comunque abbiamo tutto il tempo per approfondire.