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Rosatellum, un funerale triste e chiassoso

Rosatellum, un funerale triste e chiassoso

Oggi niente giornali, niente rassegna stampa, mi sono dedicato esclusivamente alla tv (canale 525 di Sky), non ho perso neppure un intervento del dibattito in Senato sulla legge elettorale, e bene ho fatto. Solo a fine legislazione si ha la percezione di quale parlamento sia stato quello che sta per chiudere i battenti.

All’inizio ero molto freddo verso i senatori, poi via via mi sono sciolto, quando ho capito che stavo assistendo, non a una seduta parlamentare, ma a un funerale, a volte triste, a volte chiassoso.

Eravamo in quella fase in cui, terminata la funzione religiosa, ricevuta la benedizione, la salma viene caricata sulla Mercedes a passo lungo, e si avvia, lemme lemme, verso il cimitero. I presenti perdono definitivamente il contatto con il morto, ma riprendono il filo della vita, si scambiano banalità fra loro, lentamente capiscono che è finita, la tristezza fa capolino.

Parlo con i miei amici del Pd e li sento frastornati, tutti attendono con terrore i risultati siciliani, invece i miei amici di Fi sanno che usciranno da vincitori dalle elezioni politiche ma temono di diventare maggiordomi di Salvini. Non so come consolarli, perché ritengo probabile che finisca come loro temono.

In politica non esiste la sfortuna, gli errori di Renzi, la legnosità di Berlusconi non sono più occultabili agli occhi dei cittadini. Curioso che il giorno prima in Senato ci sia stato il discorso calligrafico di Mario Tronti sul centenario della Rivoluzione d’Ottobre.

È stato bravo perché cauto e ambiguo quanto basta, oggi interpretare il ruolo del vecchio intellettuale operaista non avendo mai fatto l’operaio è arte sublime, però alla volgarità intelligente della rete nulla sfugge. Chiamarla marchetta mi pare ingiusto, ma cosa centri Lenin con Rosati onestamente non lo capisco.

Questa seduta passerà alla storia per le non dimissioni del Presidente Grasso (era un’occasione ghiotta per ritagliarsi un ruolo di capo della Sinistra-Sinistra, non l’ha fatto, perché?), per il discorso di Giorgio Napolitano (un paso doble di buona fattura formale, ma le parole erano quello di uno sconfitto), per l’eccellente discorso a braccio di un novantaquattrenne, Sergio Zavoli, usando toni e metafore del mitico Processo alla tappa.

L’unico della sinistra che abbia preso atto che con l’arrivo dei ragazzotti di un fazzoletto di Toscana, la biodiversità della Prima Repubblica era definitivamente scomparsa. Provo a tradurre in un tweet (non me ne voglia senatore) il suo pathos e la dura realtà: “Un parlamento stanco e sfiduciato, un paese impotente e disperato, una classe dominante ottusamente ottimista”.

Riccardo Ruggeri, 26 ottobre 2017

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