Pac-Man Conte, il divoratore della sinistra italiana. Giuseppe Conte, oltre ai capelli, sta lucidando in gran segreto, il suo personale detonatore: l’11 settembre. Una data che più iconica non si può, scelta per confermare il gran rifiuto dei pentastellati al piano di riarmo europeo durante l’atteso “Defence summit” che si terrà, appunto, l’11 settembre prossimo all’Auditorium Parco della Musica di Roma.
L’Avvocato di Volturara Appula non punta solo ai titoli dei giornali: vuole scatenare una vera e propria guerra interna, brutale e definitiva, contro Elly Schlein. D’altronde, il 2027 incombe e il tempo per costruire la propria candidatura a principale antagonista di Giorgia Meloni è agli sgoccioli. Le prove generali si sono viste già a fine giugno, al Parlamento olandese a l’Aia: il vertice NATO, palco internazionale, è stato lo spunto per ‘Giuseppi’ di vergare un accorato – quanto inutile – appello ai leader europei.
Al Defence Summit – una tappa fondamentale per la costruzione della pace, come ripete sempre il ministro della Difesa Guido Crosetto – parteciperanno generali NATO, società di armamenti, istituzioni e quasi tutti i vertici delle forze armate. Un parterre di nomi noti: gli imprenditori Pierroberto Folgiero, Domitilla Benigni, Salvatore Luongo, Andrea De Gennaro, comandanti generali dei Carabinieri e della Finanza poi militari come Carmine Masiello e Giuseppe Cavo Dragone, tutti riuniti per parlare di difesa, tecnologia, cybersicurezza e AI.
Proprio per i temi affrontati, il ‘contro evento’ dovrà essere una mobilizzazione teatrale, sono oltre settanta le sigle della rete «No Rearm Europe» che comunicano attraverso Signal, e che hanno intenzione di creare il massimo scompiglio al Defence Summit.
Si è partiti dalla contestazione di Sinistra Civica Ecologista al Comune di Roma per la concessione degli spazi dell’Auditorium, invocandone la revoca e ricordando che, sin dai tempi di Veltroni, l’Auditorium, nel suo stesso regolamento, dovrebbe essere simbolo di cultura. Gualtieri non sa più che fare.
Conte si compiace del coinvolgimento di pacifisti, centri sociali, ex No TAV, NoTap, NoVax, Pro-PAL movimenti ambientalisti nobilitati dalla presenza di organizzazioni cattoliche. Il pot-pourri ha l’obiettivo preciso di colpire Elly Schlein e lo stesso Roberto Gualtieri, pacifisti solo a parole.
La Segretaria sarà accusata di silenzi; il Sindaco, di connivenza per aver patrocinato l’evento tramite l’Ad dell’Auditorium, Raffaele Ranucci, ex senatore Pd. Se la piazza esploderà, Gualtieri brucerà; se sarà pacifica, Conte si ergerà a “unico vero pacifista della sinistra”, pronto a sfidare la Schlein alle primarie. L’ex avvocato del popolo sa che, senza primarie, il nome per Palazzo Chigi (Schlein? Gualtieri? Manfredi ?) lo farà la sinistra, e non sarà il suo.
Conte non è nuovo a simili operazioni chirurgiche: non combatte mai in campo aperto, si insinua, logora, consuma. Non vuole stare nel centrosinistra: vuole essere il centrosinistra. Il Movimento da solo è troppo debole, logoro e senza una classe dirigente credibile. L’unica via è fagocitare il Pd, svuotarlo di identità e imporsi come leader naturale di tutte le fronde anti-Schlein. Le sue manovre territoriali sono un manuale di accerchiamento scritto con Alessandra Todde, governatore della Sardegna e molto apprezzata nei palazzi romani. In Toscana ha imposto il voto degli iscritti M5S su Giani, umiliando il Pd in casa propria. In Puglia ha bloccato Emiliano e Vendola, condizionando Decaro con trattative parallele. Nelle Marche, via libera a Ricci ma nessuna alleanza organica con il Pd. In Campania ha piazzato Fico come cavallo di Troia nei rapporti con De Luca. In Calabria tenta con Tridico e Baldino, muovendo pedine senza clamore. In Sardegna, la Todde è già nel suo album di trofei.
Perfino le primarie del Pd, un tempo disprezzate, oggi sono diventate un ariete: comitati, influencer radicali, canali Telegram, la macchina digitale guidata di nuovo da quel diavoletto di Rocco Casalino è in azione prima di rientrare di nuovo per una serata revival nella Casa del Grande Fratello.
Conte, nello storytelling ufficiale, fa il vittimista quando serve, è arrogante quando conviene. Protetto da giornalisti amici, nutrito da talk-show compiacenti, con una narrazione su misura: umile, mite, resiliente. Ma la biografia reale racconta altro. Curriculum “abbellito” da soggiorni accademici mai confermati; due governi opposti guidati senza coerenza: con Salvini firmava i decreti sicurezza, con Zingaretti scopriva l’europeismo e l’agenda green. Eppure, alla prova del potere, non esitò a lasciare indietro persino chi lo aveva creato. Il compianto Guido Alpa, stimato giurista apprezzato sia a destra che a sinistra, era un candidato ideale alla Corte Costituzionale. Conte avrebbe potuto spendersi per favorirne la nomina: non mosse un dito, anzi preferì remargli contro, dimenticando che il suo mentore lo aveva colmato di lavori molto ben retribuiti. Una freddezza calcolata, segnale che nei suoi equilibri personali non c’è spazio per la riconoscenza, solo per la convenienza.
Durante la pandemia governò a colpi di Dpcm, regolando perfino le passeggiate degli italiani. Affidò a Vittorio Colao un piano di rilancio, poi sparito in un cassetto. Quando serviva blindare il potere, nominò al Dis, tra gli sberleffi, Gennaro Vecchione, il quale, tra cene eleganti e cotillon, gestì dossier roventi: Russiagate, relazioni con la Libia, contatti diretti con l’allora procuratore Usa William Barr.
In politica estera fu un pendolo: firmava la Via della Seta con la Cina mentre cercava l’abbraccio di Trump, che pare oggi lo abbia scaricato; difendeva le sanzioni alla Russia e poi ne chiedeva la revisione; condannava l’Egitto per Regeni mentre vendeva fregate ad Al-Sisi.
In ogni stagione ha indossato una maschera nuova. Ciononostante, in attesa di quella che potrà essere la legge elettorale, due spine restano piantate nei suoi fianchi. La prima è Beppe Grillo: al momento silenzioso, ma pur sempre rancoroso, pronto a presentare il conto se il figlio verrà assolto, accusandolo di aver snaturato il Movimento. La seconda è il Vaticano: per anni protetto dal cardinale Pietro Parolin, che ne ha facilitato i rapporti con Ue, Cei e soprattutto Cina, ora vede avvicinarsi il momento in cui il porporato lascerà. Senza quella sponda, Conte perde l’ultima protezione d’Oltretevere, nata nelle ovattate stanze di Villa Nazareth, all’ombra del cardinal Achille Silvestrini.
Il traguardo è il 2027: lo scontro diretto con Giorgia Meloni per la premiership. Tre vecchie volpi come Dario Franceschini, Enrico Gasbarra e Goffredo Bettini, gli danno spago, mentre Renzi, sornione, osserva la scena.
E per l’11 settembre, comunque vada, Conte avrà pronto il suo copione: se la piazza esploderà, fingerà di essere sorpreso; se sarà pacifica, ne rivendicherà la paternità. La ‘pochette col sorriso’ dovrebbe inquietare chiunque abbia ancora a cuore la sinistra italiana, che ormai è diventata un open bar.
Luigi Bisignani per Il Tempo, 10 agosto 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


