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3 motivi per cui Roma non è stata una buona capitale

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L’anno prossimo – il 2020 – compie 150 anni l’annessione di Roma al Regno d’Italia: si realizzò allora di fatto quello status di capitale che Cavour aveva proclamato in via teorica nel marzo 1861. È l’occasione per un bilancio: Roma è stata una buona capitale per l’Italia? Ha dato un utile contributo alla formazione e allo sviluppo dello Stato italiano? La risposta, credo indubbia, è no.

Si può argomentare la risposta sotto tre diversi aspetti: ideologico, rappresentativo, operativo.

Roma è diventata capitale soprattutto a causa di un pesante carico ideologico: il primato imperiale, la gloria del remoto passato che con un salto di due millenni si pretendeva di trasferire al nuovo Stato, uno stigma di superiorità che peraltro nessuna delle potenze all’apice dell’ordine internazionale s’è mai sognata di riconoscere. Il carico ideologico nel tempo ha fatto molti danni – non solo alimentando un’idea di Stato fuori misura rispetto alla realtà italiana, ma dando anche impulso a tante sballate imprese coloniali e più tardi ai deliri di potenza del fascismo.

Roma è da quasi due millenni il centro della chiesa universale e in ciò ha il suo carattere distintivo: i tempi della curia, però, sono altri da quelli di uno Stato moderno e la commistione tra i due mondi non ha giovato: il passo dell’eternità non conosce i vincoli dell’amministrazione. D’altronde la storia italiana, fatta di città borghesi e di competizione commerciale, ha una stoffa diversa che condivide ben poco con il disincanto romano (i pellegrini arrivano comunque con i loro oboli e ci saranno sempre indulgenze da smerciare). La capitale, difforme dall’Italia e anche irriducibile alla sua misura minore, se ne è sempre più staccata soprattutto nel dopoguerra – creando una propria agenda e una propria economia.

La razionalità operativa non è il riflesso primario della città che forse ha di meglio cui pensare. Le opere faticano ad andare in porto, il vantaggio collettivo – che alla fine premia anche il singolo – è riconosciuto con difficoltà, la disciplina dello sforzo comune si disperde nel particolare di mille interessi privati.

Negli ultimi trent’anni – quelli della globalizzazione digitale – economia, demografia, scambi di merci e di persone sono diventati sempre più grandi e complicati, in Italia come nel resto del mondo: le prestazioni richieste alle macchine organizzative degli Stati immersi nel mondo globale sono cresciute a dismisura. Roma, con il suo passo antico, ha sofferto su due fronti: da un lato ha recepito e amplificato l’affanno dello Stato centrale, dall’altro si è dovuta adattare alla travolgente apertura mondiale avviata da Papa Wojtyla. Oggi è al collasso e fare da capitale per due Stati (caso unico al mondo, Gerusalemme lo è solo in teoria) appare un compito troppo pesante: quella che fu concepita come memoria vivente di gloria è ormai una vetrina cadente.

L’Italia può sopravvivere solo con una grande riforma dello Stato: avere una capitale efficiente è un passo indispensabile lungo questa via. Nel 1956 il Brasile spostò la capitale dall’iperaffollata Rio de Janeiro a Brasilia. Può essere un esempio?

Antonio Pilati, 22 febbraio 2019