
Sorprende e preoccupa sempre di più l’atteggiamento incoerente di gruppi, organizzazioni ed esponenti occidentali che, invece di sperare nel crollo del regime iraniano, tendono a relativizzarne le responsabilità o addirittura a difenderne la posizione, spesso in chiave anti-occidentale o anti-NATO. Il regime iraniano non è semplicemente “diverso” dall’Occidente: è strutturalmente opposto ad esso, nella misura in cui fonda il suo potere su un’interpretazione estrema della legge islamica, reprime con la violenza ogni dissenso interno, censura sistematicamente internet e impone un controllo asfissiante sulle vite delle donne. E pensare che sia sufficiente “lasciarlo in pace” e chiudere gli occhi è un errore madornale, per le nostre coscienze e anche per la nostra strategia internazionale.
Non è un segreto: le frange europee più progressiste sono ad oggi tra i più fervidi sostenitori della linea morbida verso Teheran. Stiamo parlando dello stesso paese, l’Iran, che arresta e uccide le donne se rivendicano il diritto di non voler indossare il velo (femministe nostrane, ricordate Mahsa Amini, massacrata nel 2022 per avere mal indossato il suo hijab?) e che risponde con una brutalità inaudita a qualsivoglia protesta sociale: secondo Amnesty International, solo nel 2023 ci sono stati oltre 750 arresti di donne per “comportamenti non conformi al codice islamico”, con almeno 354 esecuzioni totali quell’anno per crimini che spaziano dall’apostasia all’offesa alla Guida Suprema.
Eppure per tanti, e tante, il nemico di oggi sono Usa e il loro “imperialismo”. In modo particolare, chiaramente, colpisce l’incoerenza di parte del movimento femminista occidentale, che ha mostrato una capacità straordinaria di mobilitarsi per le questioni di genere interne, ma che spesso ignora (o relativizza) le battaglie delle donne che vivono in contesti dove il patriarcato non è solo culturale, ma codificato per legge. Le stesse voci che gridano allo scandalo per il sessismo occidentale, si mostrano ambigue nei confronti di un regime che obbliga per legge le donne a coprirsi, le priva del diritto alla custodia dei figli e della libertà di viaggio.
Lo stesso ragionamento vale per i movimenti pacifisti e anti-militaristi che, in nome dell’opposizione al riarmo europeo, finiscono col favorire indirettamente potenze che ogni giorno cercano di minare il concetto atlantista di libertà e ormai scelgono di volta in volta chi preferire tra presunto invaso e presunto invasore: basti vedere quanto accaduto al corteo anti riarmo di ieri a Roma, in cui ad un manifestante sceso in piazza con due bandiere, quella palestinese e quella ucraina, è stata strappata la bandiera ucraina poiché “non conforme a quanto stabilito dall’organizzazione”.
Insomma, ci sono invasi buoni e invasi cattivi. Quindi i pacifisti nostrani criticano fortemente l’aumento delle spese militari da parte dell’Europa, senza considerare la crescente instabilità globale e dimenticano che l’Iran non è solo un regime oppressivo internamente, ma è anche un attivissimo finanziatore di Hezbollah in Libano e dei ribelli Houthi nello Yemen e pertanto un antagonista in tutta l’area del Medioriente (e non solo).
La contraddizione di chi difende l’Iran in funzione antiamericana o antioccidentale è infine ancora più paradossale se si nota la forza con la quale la società iraniana sta cercando, con costi altissimi, di liberarsi dalla propria cappa teocratica e violenta. Le recenti proteste popolari, guidate soprattutto da giovani e donne, chiedono libertà, dignità e riforme radicali. Chi in Occidente finge di non vedere, o peggio ancora accusa queste proteste di essere “strumentalizzate dagli Stati Uniti”, o pecca di conoscenza o fiancheggia la repressione.
Insomma, nel mondo occidentale, per tanti, la politica internazionale significa rispetto e fiducia incondizionata anche verso governi repressivi, pur di non combattere. Stupisce certo verificare come i più tenaci sostenitori di questa tesi siano coloro i quali oggi si marchiano come “antifascisti”: hanno dimenticato che senza l’intervento americano in Europa oggi forse griderebbero “Sieg Heil!”.
Alessandro Bonelli, 23 luglio 2025
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