Era il primo gennaio 2026. L’anno si è aperto con una tragedia che ha squarciato il silenzio festoso della notte di Capodanno. Un incendio nel locale “Constellation” di Crans-Montana, in Svizzera, ha ucciso più di quaranta ragazzi. Oltre cento i feriti. Una strage che ha sconvolto l’opinione pubblica italiana e non solo. Umberto Marcucci è il padre di Manfredi, 16 anni, sopravvissuto a quell’inferno. Quando parla, alterna lucidità e commozione. E ripete una frase che resta sospesa nell’aria: “Se contiamo fino a venti, a ventuno mio figlio e gli altri erano morti. È stata questione di pochi secondi. Ero felice di vederlo con gli amici. Avevano solo sedici anni”. La famiglia era in vacanza. Giorni spensierati sulla neve. “Era il primo Capodanno che facevano tutti insieme. Avevano sedici anni, avevano diritto a divertirsi. Io ero felice di vedere Manfredi che alle otto del mattino veniva a sciare con me, poi correva dagli amici. Finalmente senza telefono davanti alla faccia”. Poi la notte del 31 dicembre. Manfredi esce a piedi con due amici. Alle 01:15 l’ultimo messaggio del padre: “Gli ho scritto: come va? Se vuoi vengo a prenderti. Sette minuti prima del rogo”. Tre quarti d’ora dopo la telefonata che cambia tutto. “C’è stato un incendio”. Umberto si veste in venti secondi. “Sono sceso come un automa. In trenta secondi ero lì”. Davanti al locale trova un silenzio irreale. “Un silenzio assordante. Nastri della polizia, camion dei pompieri, gente muta. Sembrava un set cinematografico”.
Chiama il figlio. Risponde. È vivo. “Con le mani che tremavano gli ho chiesto dov’era. Mi è venuto incontro. È stato un miracolo”. Manfredi era in una saletta sul fondo del locale. Non stava ballando. “È arrivata una ragazza gridando: c’è il fuoco. Sono scappati. Non sono morte per le fiamme soltanto, ma per le esalazioni. Quella spugna fonoassorbente era diventata petrolio. Respiravano petrolio”.
Sulla famosa scala viene investito dalle fiamme alle spalle. Ustioni sul 35% del corpo: schiena, braccia, testa. La cintura di pelle completamente sciolta. “I jeans erano intatti. La cintura squagliata. Per capire a che temperatura erano arrivati”. All’inizio Umberto pensa che il figlio stia “relativamente bene”. “Camminava, parlava. Pensavo: lo medicano e torniamo a casa. Non avevo mai visto una persona bruciata”. Attorno, ragazzi a terra, senza soccorsi adeguati. “Non era tanto assenza di soccorsi, era un evento apocalittico. Centinaia di feriti raccolti nel bar di fronte. Nessuno che riuscisse a curarli tutti”.
Dopo oltre un’ora senza trasferimenti organizzati, Umberto prende una decisione. “Ho chiesto: posso portarlo io all’ospedale? Non stava succedendo nulla”. Carica in macchina Manfredi, una ragazza ustionata al 60% e un giovane svizzero ferito. Quaranta minuti fino a Sion. “Ogni tanto chiedevo: va bene? Il ragazzo svizzero ha detto ‘va bien’. Io ho capito bene. Manfredi mi fa: papà, ha detto ‘pas bien’. Allora ho accelerato. Stavano crollando”.
A Sion Manfredi viene sedato. Non è tra i più gravi, resta quindici ore in attesa di trasferimento. Poi l’elicottero e l’arrivo a Milano, al Niguarda. “Quando ho visto arrivare i medici della Regione Lombardia ho detto: siamo in un altro mondo”. Manfredi resta due settimane in coma farmacologico. “Quando si è svegliato ha chiesto: quanti anni sono? Era dimagrito quindici chili. Sembrava Ewan McGregor in Trainspotting. Gliel’ho detto. Ha sorriso”.
Otto interventi chirurgici in quattro mesi. Poi la complicanza più difficile: una lesione alla trachea causata dall’intubazione d’urgenza in Svizzera. “Dopo tre passi non respirava. A sedici anni gli hanno resecato tre centimetri di trachea e riattaccata. È tornato a scuola il giorno dopo essere uscito dall’ospedale”. Oggi ha un braccio che fatica a muoversi. “La cicatrice è dura come pelle di coccodrillo. Fa fisioterapia quattro volte a settimana. Dice: non ne ho voglia, ma so che serve, quindi lo faccio”.
Nel dolore, anche le domande sulle responsabilità. “Crans-Montana vive di turismo. Se dai in concessione una pista da sci controlli che passi il gatto delle nevi. Se c’è un locale, lo controlli. Perché non è stato fatto?”. E poi la fattura: 67mila franchi per quindici ore di ricovero a Sion. “Quando l’ho letta ho pensato: qualcuno ci sta provando. Cinquemila franchi l’ora per fare cosa?”. La cartella clinica richiesta non è ancora arrivata. “Non li dobbiamo pagare noi, lo so. Ma verranno chiesti allo Stato italiano. E questo non è accettabile finché non si chiariscono le responsabilità”.
Umberto non è credente. Sua madre è andata due volte al Divino Amore. “Lei dice che è un miracolo. Io non so chi l’ha fatto. Però è un miracolo”. Oggi Manfredi prende l’autobus, va a scuola, esce con gli amici. “Nonostante tutto, ha ripreso a vivere. Per un sedicenne tre mesi sono un’eternità”. C’è un’immagine che Umberto porta con sé. Non quella della notte del rogo, ma del giorno dopo, nel reparto ustionati di Milano. “Tutti quei letti occupati dai ragazzi. Una scena pesante. Ma erano vivi. Mi viene in mente il bulbo di tulipano: è nero, brutto. Lo pianti e piano piano sboccia. I medici li hanno fatti rinascere. Chi prima, chi dopo”. Più di quaranta ragazzi non sono sbocciati. Gli altri sì. E in quelle vite salvate, sospese tra le cicatrici e il futuro, c’è una comunità intera che ancora cerca risposte.
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