Con lo sgombero definitivo del Leoncavallo, Milano archivia uno dei capitoli più controversi della sua storia recente. Non si tratta della perdita di un simbolo culturale, come alcuni vorrebbero far credere, ma della fine di una lunghissima occupazione abusiva, tollerata ben oltre il ragionevole.
Per decenni infatti, il centro sociale è stato presentato come un punto di aggregazione cittadino e di libera creatività. In realtà, è stato prima di tutto uno spazio sottratto alla legalità, dove presunte attività culturali (di una cultura a senso unico…) convivevano con pratiche opache, festini abusivi, eventi senza alcun controllo e (come più volte emerso) episodi legati allo spaccio e ad altre attività illecite.
Le lacrime di coccodrillo versate in queste ore da chi lo difende non cancellano i fatti. L’avvocato dei militanti ha parlato di sfratto “senza preavviso e anticipato rispetto alla data stabilita”, il 9 settembre 2025. Tanto da chiedersi se sia stato “legittimo” o meno. Un’argomentazione risibile, se pensiamo ai 133 ordini di sfratto notificati nel corso degli anni. Quale altro cittadino, impresa o associazione potrebbe permettersi di ignorare un simile cumulo di provvedimenti e continuare come se nulla fosse? Parlare di mancanza di preavviso, in questo contesto, è un insulto all’intelligenza dei milanesi e degli italiani tutti che rispettano quotidianamente regole, tasse e burocrazia.
La verità è che il Leoncavallo ha prosperato per decenni grazie a una colpevole e faziosa indulgenza politica e istituzionale. Si è chiuso un occhio, spesso due, davanti a eventi organizzati senza permessi, locali aperti al pubblico senza le minime norme di sicurezza e contro il disturbo della quiete pubblica, attività economiche gestite fuori da qualsiasi tracciamento fiscale. Ad arricchirsi? I capetti dei compagni. A pagarne il prezzo tutte quelle realtà culturali e associative che, al contrario, hanno scelto di rispettare le regole e si sono viste penalizzate da concorrenza sleale e da un trattamento impari.
È giunto il momento di dirlo senza giri di parole: il Leoncavallo non è stato un faro culturale, ma una ferita aperta in una metropoli al passo con i tempi, un luogo dove si sono mascherate dietro l’etichetta della “cultura alternativa” pratiche che in qualsiasi altro contesto sarebbero state bollate come illegali. Un centro diventato cosi potente per la cultura di sinistra che persino il sindaco Beppe Sala, nonostante le ordinanze di sfratto che hanno visto coinvolto il centro, prende le distanze dallo sgombero attuato dalle forze dell’ordine e dice di non essere stato avvisato.
Un primo cittadino in versione Ponzio Pilato dinanzi un centro sociale che ha costituito per decenni abuso permanente e che non può essere romanticizzato in alcun modo. Milano non perderà nulla con la sua chiusura: guadagnerà invece in coerenza, legalità, sicurezza.
Spiace molto per chi nel tentativo di accaparrarsi qualche voto ha sorvolato sull’abusivismo e anzi, si è tuffato dentro: come non ricordare che Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni avevano organizzato la festa del partito AVS proprio all’interno del Leoncavallo? Una scelta politica che ha finito per legittimare l’abuso e che oggi appare paradossale: i leader della sinistra radicale volevano celebrare la loro kermesse in uno spazio occupato, simbolo di illegalità tollerata. Oggi, con lo sgombero definitivo, la loro domanda sorge spontanea: dove terranno il prossimo evento?
Per Bonelli, Fratoianni e i compagni nostalgici del Leoncavallo tutti la soluzione è semplice: trovare uno spazio in regola, pagare affitti e tasse come fanno tutti, uniformarsi alle regole della società civile e della democrazia, quella che tanto decantano. E così, forse, la famosa controcultura, l’erudizione alternativa che tanto viene vantata dai compagni potrà emanciparsi dalla zavorra dell’illegalità e dimostrare di avere qualcosa di valido da proporre, senza più appoggiarsi a un abusivismo che lo Stato non è più disposta a tollerare.
Alessandro Bonelli, 22 agosto 2025
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