
Quando si ripete il mantra o luogo comune dell’informazione che viaggia sul nulla, che procede per le bolle della comunicazione gassosa e propagandistica, si dice insieme una cosa vera e una falsa, anzi falsissima come il podcast di Corona. Questo pregiudicato da oltre 13 anni di galera per ricettazioni miserabili sta passando in fama di nuovo Assange, martire della verità spericolata perché scopre l’acqua calda della corruzione sessuale in televisione, che esiste dai tempi di Edi Campagnoli, quanto a dire ab urbe condita in tutti i network pubblici e privati del mondo; i terroristi di buona donna e buona famiglia dell’Askatasuna, fiancheggiatori di Hamas come del post brigatismo nazionale, a loro volta passano in aura di martiri della democrazia, celebrati dalle mamme antifà o da certe vecchiette strambe, siccome non gli lasciano più tentare di uccidere i poliziotti in santa pace.
Il nulla, il vuoto della realtà e della notizia, senonché l’uno e gli altri possono contare su apparati mediatici di prim’ordine e perfettamente oliati: Corona ha una struttura in grado di bucare i media, di condizionarli, Askatasuna ha dietro la macchina propagandistica del Pd locale e nazionale, della sinistra anche giornalistica che ne fa l’ennesimo vezzo intellettualoide, come quella conduttrice che “vorrebbe abbracciarli tutti”, non si capisce, o si capisce anche troppo bene, per cosa.
Anche l’ennesima pallavolista di colore che strepita al razzismo non si capisce su che base lo faccia ma si capisce perfettamente che dietro ha la macchina, la sovrastruttura marxista che induce l’intero panorama informativo ad occuparsi dei capricci di una ragazzina lanciata in uno sproloquio social dove non si capisce niente perché non c’è niente da capire: tutti fermi tutti zitti, nessuno muova un muscolo del viso: questa Adholjok ‘Adhu’ Malual pinerolese scaglia il suo j’accuse colorato, perché su base etnica: “In 12 anni non avevo mai assistito né vissuto sulla mia pelle un atteggiamento del genere da parte del pubblico…”. È chiaro, chiarissimo che deve esserci un social manager a scriverle i testi, come per la Ilaria Salis e in modo altrettanto malizioso e nondimeno maldestro: lo stile è involuto, ridondante, da comunicato di agenzia stampa che sarebbero i diversamente giornalisti abituati a scrivere nel non italiano burocratico e tecnologico, da servilismo aziendale, con tutti i cliché semantici del caso, le “svolte in positivo”, i “del genere da parte di”, e che con patetica tecnica da psicocomunicazione puntano sulla pelle, sul razzismo cutaneo, “non avevo mai assistito né vissuto (sic!) sulla mia pelle…”.
Non si capisce che cosa avrebbe urticato la pelle di Adhu, che in 12 anni mai era stata lambita da insulti, il che conferma la matrice inclusiva, tutto fuorché razzista di chi la tifa, che si potrebbe anche vedere come un un controrazzismo figlio della paura, del conformismo woke: siccome lei si guarda bene dallo specificare un solo insulto che sia uno (con tutto che nelle arene di imbecilli, di falliti alcolizzati beceri ce ne sono sempre), siamo autorizzati a pensare che qualcuno le abbia gridato dagli spalti roba del tipo “azzeccalo ‘sto muro”, “falla dritta quella battuta”: perché le Adhu come le Paole, attenzione, investono furbescamente in razzismo fantasma, qualsiasi perplessità o critica o delusione ultrà diventa automaticamente Strange Fruits di Billie Holiday. Un pippone da film, di retorica etnodeamicisiana, con tutti gli a capo ad effetto e le formule pleonastiche che dietro l’autocompiacimento nazionale velano il solito disprezzo:
“Dal primo punto all’ultimo.
Non per spronare.
Non per sostenere.
Solo per colpire”.
Segue il vittimismo passivo aggressivo: “Sono fiera di essere italiana. Sono fiera di indossare la maglia azzurra, perché l’amore che provo per questo Paese, che è la mia casa, è indescrivibile”. Bene, brava, chi se ne frega. “E non permetterò a nessuno”, eccetera. E quinci il mar da lungi e quindi il monte di retorica grafica:
“Io continuerò a fare il mio lavoro.
Con dignità.
Con professionalità.
Con rispetto per questo sport”.
Dovessero farla così lunga tutti quelli che svolgono mestieri umili e umilianti e umiliati, usuranti, logoranti, “sulla loro pelle”, di qualsiasi colore, non basterebbe la biblioteca di Alessandria a raccoglierne gli sfoghi. Ma la signorina Adhu si sente diversa, privilegiata, e lo è, come tale in diritto dovere di j’accusare, investita della missione di salvare il mondo e, siccome noi vecchi giornalisti siamo delle carogne sospettose, non ci sfugge che lo sbotto dell’atleta caruccia ed egocentrica arrivi poche ore dopo l’ennesimo (inspiegabile) ritratto dei tg Rai, attualmente in nomea di TeleMeloni, alla imprescindibile, irrinunciabile, inevitabile Paola Egonu, una che quanto a sovrastruttura non la batte neanche Mattarella, neanche Liliana Segre; Paola non dà più delle merde agli italiani “che ama tanto” e dei quali si sente parte: ha imparato a parlare pacata, riflessiva, quasi dolente, a voce bassissima, ad infrasuoni come tutti quelli che non si preoccupano più di farsi capire perché le loro verità calano dal cielo, lentamente, soffusamente, e stanno curando la campagna elettorale, per conto di chi è secondario.
Deve aver forse un po’ rosicato la giovane Adhu, dev’essersi sentita rosa da certa invidia mediatica, dev’essersi detta ciò che noi, bianchi tossici patriarcali razzisti, “mai avremmo osato un istante (per sbaglio) confidare”: “Ma ancora questa? Ancoora? Ma che c’entra adesso?”. E allora s’è messa in scia, aspettando di sorpassarla a sinistra. Comunicazione, propaganda, autopromozione. Tutto sul niente, il niente che è tutto. Ma l’informazione “ci casca, ci crede”, come la povera Alice, moglie del conte Mascetti. Non è dato sapere quali affronti rassisti avrebbero mortificato la magnifica Adhu, ma una cosa a questo punto la sappiamo: preparate i popcorn, anche se bianchi, che pure questa minimo ce la ritroviamo a Sanremo.
Max Del Papa, 23 dicembre 2025
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