Addio Brian, Mozart del rock

A giugno è morto Brian Wilson, testa pensante dei Beach Boys capaci ancora oggi di riempire gli stadi

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Brian Wilson

Lo scrivo adesso, perché per i giornali una notizia fa notizia subito, così che essi, tutti, ne parlano nello stesso giorno e dall’indomani saluteme a soreta. O, con altro adagio meridionale, finita la festa gabbatu lu Santu. Qui però non è festa, bensì lutto, e ci tengo a dire qualcosa perché il defunto in questione è stato un po’ la colonna sonora della mia vita. L’11 giugno u.s. è morto Brian Wilson, che fu addirittura definito il Mozart del rock.

Era la testa pensante dei Beach Boys, i “bagnini” che ancora oggi, ottantenni, riempiono gli stadi. Al liceo facevo debiti per comprarmi i loro lp, e li avevo tutti. Le loro idee erano semplicemente geniali, ed erano i soli che, nei Sixties, potevano competere coi Beatles e, a distanza, i Rolling Stones. Ma il genio era solo uno, lui, Brian, l’ultimo rimasto dei fratelli Wilson. Gli altri due, il batterista Dennis e il chitarrista Carl, erano morti da tempo. Il secondo di cancro. Dennis, tossicomane e coinvolto, suo malgrado, con “satana” Manson (che lo aveva convinto a far eseguire dalla band una sua canzone, poi incisa col testo, felicemente, modificato), un bel giorno si tuffò in mare e non emerse più. Pur essendo un esperto nuotatore.

Brian scriveva tutte le musiche e componeva personalmente gli spartiti per i leggendari cori: si pensi a Good Vibrations del 1967, hit mondiale che inaugurò anche un modo di dire ancora oggi in uso. Altro record per la band californiana: a distanza di vent’anni, ancora primi in classifica con Kokomo. Per commemorare la sua canzone più bella, God only knows, qualche anno fa, si sono scomodate le massime autorità del rock, da Elton John a Brian May dei Queen: vedere per credere su YouTube.

Minor fortuna ebbe il quartetto vocale formato dalle sue figlie con quelle del leader dei Mamas&Papas, le Wilson-Phillips, che si accontentarono di riprodurre i successi dei loro padri prima di sparire. Ma, come accade per molti geni, la creatività ha il suo prezzo. Brian manifestò presto problemi psichici: ingrassato all’inverosimile, sviluppò fobia per l’aereo, tanto che i tour la band doveva farli senza di lui. Fece riempire il pavimento di una sua sala di sabbia marina, così da poter comporre al pianoforte a piedi nudi. Arrivò al punto di stipendiare uno psichiatra perché abitasse in casa sua. E quello quasi lo prosciugò finanziariamente, cessando solo quando la seconda moglie di Brian prese in pugno la situazione e la portò in tribunale.

Brian Wilson, dimagrito e ripresosi, vinse la sua paura dell’aereo e intraprese una serie di tournée che lo portarono a riproporre i suoi maggiori successi con quel che restava della band, Mike Love, Al Jardine e Bruce Johnston. Questo suo materiale è ancora oggetto di studio nelle scuole di musica leggera. Si narra che la rivalità coi Beatles arrivò al punto di far rinunciare, a Brian, al suo lavoro più strepitoso, Smile, che il Nostro cassò perché battuto sul tempo da Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles.

Prima di queste due opere, infatti, i long playing contenevano solo raccolte di vecchi brani. Furono i Beatles i primi a concepire qualcosa di diverso. Battendo di misura i Beach Boys. A suo tempo, anche Brian aveva ceduto alla “malattia professionale” dei rockers, la droga. Fino a quando suo padre Murry (col quale peraltro non aveva un buon rapporto) gli disse: “Dio ti ha dato un cervello di prim’ordine, e tu lo stai bruciando”. Da allora Brian smise e, addirittura, tornò al cristianesimo. Hollywood gli ha dedicato ben due biopic, l’ultimo dei quali con calibri come John Cusack e Paul Giamatti. Addio, Brian. Con te se ne va anche un pezzo della mia giovinezza.

Rino Cammilleri, 9 agosto 2025

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