Ah Corsera, ma quale “caos finanziario”: ecco la verità su Milei

Deficit azzerato, inflazione crollata e povertà dimezzata: il presidente argentino rialza il Paese, ma i soliti noti continuano a storcere il naso

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Javier Milei ha stravinto le elezioni legislative, un trionfo schiacciante che ha stroncato le previsioni della vigilia e che conferma la sintonia tra il presidente argentino e il suo popolo. Certo, se avesse vinto il peronista sarebbe stato su tutte le prime pagine, mentre oggi se ne parla poco e senza entusiasmo. Basti pensare all’articolo del Corriere della Sera che ha un titolo che non lascia grandi margini di interpretazione: “Milei, dai sogni di grandezza al caos finanziario”.

Ma quale caos finanziario? Sarebbe bello scoprirlo, perché all’interno dello stesso articolo del Corriere si possono eleggere gli ottimi risultati ottenuti da Milei, che ha l’unica colpa di essere vicino a Donald Trump, di voler tagliare le tasse e di voler la libera impresa. Partiamo da un dato che non può essere smentito, il deficit è a zero: sì, a colpi di “afuera” ha reso a zero il deficit fiscale, ossia la differenza tra entrate e  spesa pubblica. In un Paese in cui si spendeva come se non ci fosse un domani, non è un dato da sottovalutare.

Ma mica è tutto. In Argentina l’inflazione è scesa dal 25% al mese al 2,5%. E’ sempre tanto, ma il taglio è visibile a occhio nudo. E ancora la povertà è diminuita. Colpisce ancora il 36%, qualcuno dirà, ma prima superava il 60 per cento. Come dimenticare un’altra mossa vincente di Milei come il licenziamento di migliaia di funzionari pubblici che non facevano nulla e che pesavano sulle casse dello stato in maniera incredibili.

Insomma, da Buenos Aires arrivano segnali che fino a poco tempo fa sembravano impossibili, ma per il Corriere ci troviamo di fronte al caos finanziario. L’economia dell’Argentina – disastrata, inflazionata, in perenne default – ha intravisto una via d’uscita sotto la guida di Milei, che ha combinato audacia e ideologia liberista con una dose di pragmatismo d’emergenza.

Milei è entrato al governo – ufficialmente dal dicembre 2023 – con slogan ad effetto: forbici nello stato, liberazione dei mercati, fine della cultura dell’assistenzialismo. E ha mantenuto la parola. Secondo i dati, la spesa pubblica è stata drasticamente ridotta: blocco di molte sovvenzioni, licenziamenti nel pubblico impiego, un taglio netto di ministeri e cariche statali.

Una delle cifre più simboliche: l’Argentina ha chiuso il 2024 con un surplus di bilancio, cosa che non accadeva da molti anni. Questo segnale è stato accolto come la prova che una politica economica rigida può, in certi casi, invertire una deriva finanziaria decennale. L’inflazione era per l’Argentina un dramma: cifre triplicate all’anno, svalutazione, fuga dei capitali. Il governo Milei ha messo al centro dell’azione la stabilità monetaria e ha ottenuto risultati visibili: i tassi di crescita dei prezzi, mese su mese, sono precipitati.

Questo ha generato un ritorno di fiducia – almeno parziale – nei mercati internazionali e negli investitori che da tempo ignoravano il Paese. Con il surplus, la stabilizzazione, l’Argentina è tornata ad essere “un debitore credibile” almeno agli occhi di alcuni operatori. Qualche esempio: pagamento di titoli sovrani, riduzione del rischio Paese, segnale forte verso rientrare nei circuiti finanziari globali. Questo tipo di risultati rafforza l’idea che il cambiamento non sia solo retorica ma abbia basi reali.

Non bisogna nascondere i rovesci della medaglia. Le riforme sono state dure, il sacrificio sociale notevole. Licenziamenti pubblici, congelamento o taglio di molti programmi sociali e così via. Una cosa è certa: siamo davanti a un esperimento economico radicale, in un Paese che aveva pochissime altre opzioni. Milei ha scelto la via della terapia shock, liberista, statalmente minore, mercato maggiore. E in termini di indicatori ha già ottenuto risultati: bilancio in attivo, inflazione in calo, mercati più tranquilli.

Franco Lodige, 27 ottobre 2025

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