Ricordate Aboubakar Soumahoro? L’uomo con gli stivali infangati e il pugno chiuso, il sindacalista dell’Usb diventato in un lampo il nuovo volto buono della sinistra militante? Ecco, oggi quel simbolo di purezza rivoluzionaria si ritrova praticamente solo. E, ironia della sorte, parla la stessa lingua di Giorgia Meloni.
Già, perché oggi alla Camera dei Deputati si tiene un convegno dal titolo “Il diritto di restare. Il diritto di rientro. Opportunità per Italia e Africa”. E chi lo promuove? Proprio lui, Soumahoro. L’uomo che fino a ieri accusava il governo di essere disumano sui migranti, oggi parla di “soluzioni economiche concrete”. Dice testualmente: “Il diritto di restare non è uno slogan. È una soluzione economica concreta”.
Un tempo lo avrebbero applaudito con i pugni alzati nei salotti progressisti. Oggi, invece, nemmeno un tweet di solidarietà. Perché il deputato, ormai parcheggiato nel gruppo misto dopo l’espulsione da Avs (a causa delle inchieste che hanno coinvolto i suoi familiari), sembra aver trovato una nuova fede: quella del pragmatismo. Roba che piace più a Palazzo Chigi che ai centri sociali.
Nel suo video su Instagram spiega: “Tra il 2011 e il 2023 più di mezzo milione di italiani sono emigrati all’estero perché non avevano la possibilità di scegliere se restare in Italia. La stessa cosa accade anche in Africa: stessa ragione, stessa disperazione e stesso sogno”. Parole che, se le dicesse Salvini, farebbero infuriare Repubblica. E continua, con toni da predicatore del Piano Mattei: “So cosa vuol dire perché anche io vengo da quella realtà. So cosa vuol dire non avere la possibilità di scegliere e per questo ho promosso un forum su immigrazione e investimenti”.
Nel suo post aggiunge: “Quando investi nella terra di origine, crei opportunità locali. Quando dai a qualcuno la possibilità di costruire dove è nato, smetti di creare migranti disperati. Non è carità. È intelligenza. Perché un’Africa che cresce, un’Italia che investe, significa mercati, lavoro, sviluppo per tutti”. Applausi, certo. Ma da chi? Non dai compagni che fino a poco tempo fa lo portavano in processione come “voce degli ultimi”. Oggi il silenzio è totale.
Eppure il convegno promette nomi di peso: il re del Lesotho, il presidente del parlamento panafricano, ministri africani, imprenditori italiani. Ad aprire i lavori, nientemeno che Lorenzo Fontana, presidente della Camera e leghista doc. Ci saranno anche il sottosegretario all’Economia Federico Freni (Lega) e Fabrizio Saggio, consigliere diplomatico di Giorgia Meloni e coordinatore del Piano Mattei. Insomma, Soumahoro che un tempo gridava contro il “razzismo istituzionale” oggi si trova a fianco di mezzo governo meloniano a parlare di investimenti in Africa. Una conversione improvvisa? Forse. O forse solo il disperato tentativo di tornare rilevante. Il problema è che i vecchi amici non lo riconoscono più.
E così, il deputato con gli stivali di fango resta lì, sospeso tra due mondi: la sinistra che l’ha scaricato e un centrodestra che, al massimo, applaude la conversione. Una parabola perfetta del nostro tempo: in politica, gli idoli si consumano più in fretta dei post su Instagram.
Franco Lodige, 16 ottobre 2025
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