
Qui al bar, stamattina, non ci va tanto di scherzare. Per una volta, tocchiamo un argomento serio. Sì, perché ieri la Sardegna, che evidentemente non ha altri problemi se non il pallino di contendere alle altre regioni di sinistra il primato del progressismo, ha approvato la sua legge sul suicidio assistito. Modellata sulla proposta dell’Associazione Luca Coscioni.
Apripista era stata la Toscana, che ha avuto un curioso primato: mi ha spiegato il nostro prof, mentre sorseggiava il cappuccino, che l’allora Granducato fu il primo Stato al mondo ad abolire la pena di morte, nel 1786; adesso è stata la prima regione d’Italia a varare una norma sul suicidio assistito. Fatto sta che io, tra una tazzina e l’altra, mi domando: sarà pure giusto disporre della propria morte, ma perché fare tanto rumore per pochi – poveri loro – che desiderano porre fine alla sofferenza che li affligge, ignorando i tanti che, al contrario, vorrebbero essere aiutati a vivere?
In Piemonte, ad esempio, dove si discute di un caso di “aspirante” suicida finito alla commissione territoriale della Asl, pare ci siano 3.000 malati che faticano a ricevere assistenza o a essere accolti nelle Rsa. Migliaia di persone (4.000) ogni anno si ammazzano e il Telefono amico dice di ricevere 315 chiamate al giorno di disperati che vorrebbero un motivo per non farla finita. Ecco. Io, nella mia ingenuità, penso che la vera priorità dovrebbe essere questa: pensarci due volte prima di licenziare a cuor leggero una legge che permette di darsi la morte e correre in soccorso di chi, la morte, non vorrebbe darsela ma la percepisce come l’unica alternativa a una situazione di abbandono. È questo l’aiuto più importante: l’aiuto al non suicidio.
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