
Chiara Ferragni ha chiuso ed è una bella notizia. Perché? Perché va bene il capitalismo ma qui siamo lontani dal capitalismo, siamo alla degenerazione dei miraggi e degli inganni, al gioco delle tre carte che si tinge di miserabile. In quindici anni di illusionismi questa allampanata ragazzotta salita dalla provincia cremonese, detta bocconiana anche se alla Bocconi passava davanti in tram, ha messo insieme un impero impensabile nell’età dei capitalismi duri e geniali, ma è bastato scoprirne gli altarini, è bastata una cronista di gossip a farle finire l’impero come aria nell’aria.
E non risorgerà come la Fenice perché dopo due anni di tracollo verticale hai voglia a mandare certi comunicati patetici: “Tbs Crew e Fenice, le società legate a Chiara Ferragni, nel 2024 hanno segnato un risultato negativo, rispettivamente 2,3 milioni e 3,4 milioni, coerente con un anno segnato da forti trasformazioni e da una scelta strategica di pausa operativa. Nel 2024 pur mantenendo un minimo di attività, molte iniziative e collaborazioni sono state sospese, in attesa di valutare l’evoluzione dello scenario di mercato. Per Fenice il 2025 sarà l’anno in cui dovrebbero concretizzarsi le prime nuove opportunità, che avranno come obiettivo non solo il consolidamento ma anche una crescita del marchio. I risultati attesi quest’anno, a partire dal secondo semestre, segneranno l’inizio di un nuovo capitolo per le società, con il primo sviluppo delle nuove proposte creative e l’implementazione di un piano di crescita definito Ferragni, viene ricordato dopo l’assemblea ha investito personalmente nella società Fenice, con un aumento di capitale di 6,4 milioni”.
Sì, hai voglia a parlare di crescita del marchio, di pausa stratetica. La verità è che sotto non c’è niente e nessuno vuole più buttarci soldi, tanto più quando l’immagine è compromessa. Vedi il Della Valle, che incredibilmente l’aveva coinvolta nel cda di Tod’s e poi si è affrettato a liberarsene come di una scoria radiattiva. La verità è che la “imprendirice digitale” era digitale e basta, una prenditrice di selfie, sola o in società con quell’altro bel tipo dell’ex marito, il Fedez dei pochi talenti e delle mille miserie, buoni solo a illudere, tutti e due, e l’inconsistenza con cui la ragazzona dagli occhi cerbiatti, finti anche quelli, ha reagito al disastro la conferma non come una capitalista ma come una del tutto priva di capacità: ha mentito, ha recitato male la parte della vittima, ha tappato qualche buco, ha girato il mondo, si è concessa a vetrine sempre più mediocri, ha assistito inebetita allo sfilarsi dei marchi uno dopo l’altro, ha piagnucolato sui social, ha bazzicato sfilate, ma ormai da appestata, ha preso aperitivi, in un perenne stordimento della vacuità contemporanea capace di mettere in fuga tutti, soci, investitori, sponsor, consulenti.
A questo punto la bocconiana è sola con se stessa, il che vuol dire sola due volte. Non ha idee se non riciclare disperatamente il gioco di specchi, ma come paradigma è finita in frantumi, come esempio per i giovani è annientata e la buona notizia sta qui. Perché era un pessimo esempio, per mille motivi e se pure incalzano ectoplasmi se possibile più insulsi e più inquietanti, sia chiaro, resti chiaro almeno che non sempre va bene, non sempre la si fa franca in eterno alle spalle dei coglioni, come diceva Wanna Marchi, la capostipite, in un certo senso la migliore. Sia chiaro, che l’inettitudine e la vanità alla fine ti perdono, che c’è un Dio, quale che sia, che un bel giorno dice basta, questo è troppo. E Dio non paga a metà, non ha mezze misure, se decide, quando decide, fa tabula rasa.
Ferragni è una Fenice che non risorge, resta nella polvere. Altro che maestra dell’immagine, nata per far soldi. Era teleguidata, niente più che un interfaccia e qui sta l’inganno, il cinismo immane di un capitalismo che non è più tale, che prende l’irrilevanza e ne fa un pozzo di arrivismo e di avidità senza scrupoli. Ma si dovrà pure tornare, perdio, a un minimo di capacità, di applicazione prima o poi, e magari di decenza, di onestà, si dovrà pur riscoprire il saper fare qualcosa, qualsiasi cosa, ma non questo perenne incantesimo sulla pelle dei gonzi che basta uno sputtanamento a disperdere. Recentemente a Padova mi sono imbattuto in un personaggio indecifrabile, sosteneva di essere stato lui con il suo gruppo di “incursori digitali” ad informare la Lucarelli delle disinvolture ferragnesche della falsa beneficenza, mi è parso un po’ un mitomane, uno fra i tanti che incontro e che mi vogliono impressionare ma non c’è dubbio che quell’altra sia stata debitamente edotta, che abbia ricevuto le prove belle spiattellate, non è che dal gossip più o meno miserabile arrivi all’inchiesta giudiziaria, dal gossip resti al gossip. In ogni modo tutto serve quando si tratta di far saltare gli specchi dell’imbroglio.
Ferragni oltretutto sta sotto processo per truffa aggravata e la truffa, questo davvero non si può perdonare, è ipotizzata sulla salute dei bambini oncologici. Ma non è questo il fatto saliente, che certe solidarietà fossero egoriferite lo sapevano in tanti, le mail circolavano, difficilmente uno scandalo è inedito, più spesso si tratta di tirar giù il velo da “ciò che quivi si pispiglia”, e a pispigliare sono in tanti e magari premiano con gli Ambrogini d’oro, c’è pure chi dice che la faccenda, che il killeraggio si è mosso con singolare tempestività proprio alla vigilia di una candidatura nelle fila del Pd che col senno del poi sarebbe risultata imbarazzante. La cosa da mettere in chiaro è che un tipo così era arrivata in pochi anni di pose, di scatti sul nulla al bosco verticale, ai cinquanta milioni annui di fatturato, allo spreco dell’elicottero per andare all’aperitivo che è acido muriatico sulla fatica dei miseri. Ricchezza sfondata senza talento, senza presupposti, senza decenza. E forse senza onestà, questo poi lo dovranno decidere i giudici, ma senza pietà è certo anche perché maldestramento ammesso.
E allora l’importante è che un personaggio così sia fuori dai giochi, sia finito. Non morirà di fame, almeno a farsi i fatti propri le ragazzotte salite su dalla provincia imparano presto, hanno quella cupidigia precapitalistica, contadina, anche le più sventate. L’impero societario invece è altra cosa ed è in avvitamento e va bene così, una volta tanto giustizia sia fatta in questo porco mondo anche se a vergognarsi per la sconcia fortuna di una influencer dovrebbero essere i milioni di imbecilli, chiamati follower, seguaci che l’hanno seguita come la santona di Trevignano, quella degli gnocchi che imbrattava di sangue suo la statua della Madonna e passava all’incasso; salvo rinnegarla, i follower, i seguaci, anche loro, soprattutto loro, al primo rovescio.
Fatti pure i tuoi rilanci, le tue pause operative, le tue scelte strategiche, Chiara, tanto ormai sei tu la preda del tuo gioco di specchi. Contiamo prestissimo di ricordarti come una pagina mortificante, sbiadita, della cronaca peggiore di questo Paese, nel frattempo collige sarcinulas et exit, prendi le tue carabattole e sparisci.
Max Del Papa, 27 giugno 2025
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