
C’è una giudice che da tempo è diventata una presenza fissa nel dibattito politico-mediatico, sempre rigorosamente da una sola parte. Si chiama Silvia Albano, guida la sezione immigrazione del Tribunale civile di Roma, è presidente di Magistratura Democratica e negli ultimi mesi si è fatta conoscere per le sue decisioni e posizioni sul dossier Albania-migranti, dove una parte della magistratura ha scelto di entrare a gamba tesa sulle scelte del governo. E tra l’altro la Albano è stata anche ospite ad Atreju, la kermesse di Fratelli d’Italia, a conferma di quanto la sua figura sia ormai percepita come politica, più che tecnica.
Le sue ultime dichiarazioni – rilasciate a Collettiva – sono l’ennesima dimostrazione di un problema enorme che riguarda una parte della magistratura italiana: la difficoltà, se non l’impossibilità, di distinguere tra il ruolo di giudice e quello di militante. Per Albano la riforma Nordio “non è una riforma della giustizia, ma della magistratura” e andrebbe letta insieme al premierato, all’autonomia differenziata e al decreto sicurezza perché porterebbe, testualmente, “verso un’altra forma di Stato e di democrazia”.
Siamo dunque al punto che una riforma approvata dal Parlamento, votata da una maggioranza eletta dai cittadini, diventa nella narrazione di una giudice un passaggio quasi eversivo. Albano spiega che “si sta andando verso un modello in cui il momento democratico sarà ridotto al momento delle elezioni, ma questa non è democrazia. La democrazia è fatta di limitazione del potere a partire da quello esecutivo, di pesi e contrappesi, di garanzia del pluralismo, di uno Stato che appartenga a tutti”. Parole impegnative, che però sembrano dimenticare un dettaglio fondamentale: nelle democrazie liberali il potere giudiziario non governa, non indirizza e non sostituisce il voto popolare. Almeno in teoria.
Il punto, però, è proprio questo: da anni una parte della magistratura – quella che fa riferimento a correnti come Magistratura Democratica – rivendica apertamente un ruolo di supplenza politica. Albano lo dice senza troppi giri di parole quando afferma: “Questa non è una riforma della giustizia ma della magistratura, perchè per fare funzionare la giustizia non c’è nulla. Anzi, se non stabilizzeranno i 12 mila precari, non saremo più in grado di lavorare e i processi diventeranno ancora più lenti”. Tradotto: la riforma non piace perché tocca gli equilibri interni delle toghe, non perché peggiora il servizio ai cittadini.
Ancora più significativo è il passaggio sul metodo. Secondo Albano, infatti, “il metodo con cui questa riforma è stata approvata” dimostrerebbe una “riduzione della democrazia”, perché “la Costituzione appartiene a tutti e tutte” e la riforma sarebbe passata “a colpi di maggioranza” senza un confronto con opposizione, società civile, accademia ed esperti. Una tesi curiosa: da quando in qua una maggioranza parlamentare non può riformare, discutere e votare una legge senza il placet preventivo delle corporazioni?
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Il vero nodo emerge nell’ultima affermazione, forse la più rivelatrice: per Albano “i primi a subire questa riforma saranno i cittadini, perché avendo dei giudici meno indipendenti ci sarà meno possibilità di garantire i loro diritti di fronte ai potenti”. Qui il cortocircuito è evidente. Si dà per scontato che oggi i giudici siano indipendenti solo se completamente autoreferenziali, non riformabili e non responsabili. E che qualsiasi intervento del legislatore equivalga automaticamente a una compressione dei diritti.
È lo stesso schema che abbiamo visto sul tema dei migranti, sull’Albania, sulla sicurezza: chi governa è sospetto, chi giudica è custode della democrazia. Un’impostazione che sembra rovesciare il principio basilare dello Stato di diritto. E che spiega perché una giudice come Silvia Albano venga ormai percepita – a torto o a ragione – non come un arbitro imparziale. Una deriva che dovrebbe preoccupare tutti, molto più di qualsiasi riforma votata dal Parlamento.
Franco Lodige, 19 dicembre 2025
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