
Il venticinquesimo vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco), andato in scena a Tianjin, in Cina, certifica ufficialmente la rinnovate ambizioni del blocco anti-atlantico. Lo si legge a chiare lettere nella dichiarazione conclusiva del vertice di Tianjin, in cui si fa riferimento alla creazione di un nuovo modello alternativo a quello occidentale a trazione americana. I Paesi del blocco Sco, recita la nota, sostengono il “rispetto del diritto dei popoli a scegliere in modo indipendente e democratico i propri percorsi di sviluppo politico e socio-economico”, osservando che “i principi di rispetto reciproco per la sovranità, l’indipendenza, l’integrità territoriale, l’uguaglianza, il mutuo vantaggio, la non ingerenza negli affari interni e la non minaccia o uso della forza sono la base di uno sviluppo sostenibile delle relazioni internazionali”.
Ergo, i paesi membri dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, ovverosia: Cina, Russia, India, Pakistan, Iran, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan, che oggi rappresentano quasi la metà della popolazione e circa un quarto del Pil mondiale, senza contare altri sedici ulteriori Paesi del sud globale affiliati come osservatori o “partner di dialogo”, sono quanto mai intenzionati a mettere in gioco l’egemonia degli Stati Uniti attraverso la creazione di un nuovo ordine mondiale non più americanocentrico.
La conferma ufficiale dei crescenti appetiti dei Paesi del blocco Sco arrivano direttamente dalle parole del presidente cinese Xi Jinping e da quello russo Vladimir Putin, che sottolineano la stretta necessità di promuovere un “nuovo e più efficace sistema di governance globale”, necessario per frenare le pressioni che alcuni Paesi tendono ad esercitare negli affari internazionali. Il riferimento alle politiche di Washington in questo caso è chiaro, come del resto lascia poco spazio a dubbi o interpretazioni personali la feroce critica di Xi “all’egemonismo e alla politica della forza”, poi ulteriormente rincarata da Putin, che definisce la guerra in Ucraina “la conseguenza di un colpo di Stato provocato e sostenuto dell’Occidente”.
In questo scenario, un’attenzione particolare la merita, inoltre, proprio la posizione della Federazione russa. Prima il vertice in Alaska con Donald Trump dello scorso Ferragosto, ora quello con Xi e Modi delle scorse ore, dimostrano chiaramente che Vladimir Putin è tutto fuorché isolato come i media occidentali tendono a dipingerlo. Del resto, i tappeti rossi stesi prima da Trump e poi da Xi, e le significative dichiarazioni rese dal presidente indiano Narendra Modi, tese a rimarcare la stretta collaborazione e i rapporti di amicizia tra India e Russia, rappresentano la prova inequivocabile di quanto oggi Vladimir Putin sia corteggiato e tenuto in considerazione dai maggiori leader globali.
Se da un lato, infatti, Donald Trump ha perfettamente compreso di non poter più ignorare il peso di Mosca nel nuovo scenario geopolitico globale e tenta, pertanto, di ricucire i rapporti con la Federazione russa, dall’altro, Pechino sa benissimo che il lancio di un nuovo ordine mondiale a trazione asiatica passa anche e soprattutto dell’adesione di Mosca alle istanze cinesi. Risultato: in un nuovo equilibrio globale che va sempre più delineandosi, Vladimir Putin rappresenta il vero e proprio ago della bilancia, il tassello indispensabile per far pendere il peso del globo in una o nell’altra direzione.
Salvatore Di Bartolo, 2 settembre 2025
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