
Sono riusciti a trasformare quel placidone di Emanuele Orsini in un grizzly, pronto ad azzannare. Il presidente di Confindustria, da Capri davanti una cucciolata di giovani orsetti, ha alzato la voce, e ha fatto bene. Ogni autunno, puntuale come lo spread e le prime nebbie padane, torna il rito crudele della legge di bilancio. Quest’anno il primo razzo l’ha tirato proprio Orsini: manovra “timida”, “senza visione industriale”, “fatta di bonus e mancette”. Apriti cielo. A Palazzo Chigi, Giovanbattista Fazzolari, un rapace notturno con sangue da lince, che tutto vede e tutto sente, avrebbe mugugnato che “gli industriali non sono eletti da nessuno”. Come se l’elezione fosse ormai sinonimo di competenza. Non fa più notizia il no su tutto di Maurizio Landini, gufo rauco, della Cgil.
Dal canto suo Giancarlo Giorgetti, successore di “Topolino Tria” e sempre più somigliante al Pippo di Walt Disney, prova a tenere insieme i conti di Eurostat con i miracoli promessi da Meloni, ricordando a Orsini/grizzly che il suo ministro di riferimento non è lui ma Adolfo Urso, sempre più con le sembianze di un gattone selvatico. Mezzo governo si è morso la lingua, l’altra metà ha sorriso: in tempi di penuria, anche le risse servono a riempire il piatto. La misura bandiera del governo – due punti in meno di Irpef fino a 50mila euro – vale appena trenta euro al mese. Una mancetta, non una riforma. “Almeno io ne avevo dati ottanta”, punzecchia Renzi,che si muove come una mangusta tra i serpenti lucidando il trofeo del suo vecchio bonus. Perfino Cottarelli con l’aria da civetta, l’uomo del trolley al Quirinale, riconosce che la terza manovra Meloni “tiene i conti, ma non scalda i cuori ”. E la domanda retorica rimbalza nella giungla del potere: questa legge di bilancio è scritta per Bruxelles o per chi non arriva a fine mese?
Come sempre da quarant’anni, ci si accapiglia per mesi e poi tutto si decide in una notte, con un maxi-emendamento che riscrive l’intera manovra. Il mattino dopo, in conferenza stampa, i vincitori si proclamano “responsabili”, i perdenti “coerenti”. È la Finanziaria, bellezza! Il cinghialone Bettino Craxi (copyright Feltri) lo capì per primo. Nel 1984, stanco di un Consiglio dei ministri infinito, sbatté i pugni sul tavolo: “I decreti si firmano, non si commentano”. Due anni dopo la buonanima di Giovanni Goria,con quel suo fare da cerbiatto impaurito nella foresta, gettò la spugna: “Non si può governare coi foglietti infilati di notte nel bilancio dello Stato”. Da allora, il bilancio si scrive più di notte che di giorno, tra lobbisti e gufi che volteggiano attorno alla Commissione come avvoltoi pronti alla picchiata. E se quest’anno il teatro è il Senato, la Camera mugugna perché rischia di passare il Natale in Aula. È solo un po’ di scena: sotto i banchi ci sono già pronti i bagagli per i Tropici o la montagna.
Un decennio prima, Giulio Andreotti, l’amato Belzebù, aveva già elevato la manovra ad arte nera. Nel ’76, mentre Berlinguer – un Dylan Dog della politica – predicava giustizia sociale, lui tagliava con mano ferma e lingua affilata: “Se i comunisti vogliono governare, lo facciano; se vogliono predicare, vadano in parrocchia”. E, non potendo traslocare la Ragioneria a Palazzo Chigi, piazzò come capo di gabinetto il ragioniere Vincenzo Milazzo, una formichina laboriosa, che teneva i conti in un libricino nero più temuto di qualsiasi algoritmo. Poi arrivò Giuliano Amato, il “dottor Sottile”, più tasso che topo, che nella notte dei lunghi coltelli dell’11 luglio 1992 fece il prelievo forzoso del 6 per mille. Gli italiani si svegliarono più poveri e lui più solo. Craxi lo definì “chirurgo con le mani sporche di sangue”. Andreotti, glaciale: “Atto necessario, ma imperdonabile”.
E intanto ora le banche, alcune tanto care a questo governo, osservano e aspettano. Pronte a “dare una mano”, ma solo se l’esecutivo smette di sventolare il vessillo degli “extraprofitti”, parola che sa più di rapina sovietica che di equità fiscale. Quei margini, ricordano, non sono peccati, ma il risultato – inevitabile – delle mosse della Bce e del credito che ancora tiene in piedi famiglie e imprese. Romano Prodi, l’Obelix di Asterix, tentò poi di salvarci con l’euro e finì vittima dei decimali. “L’Italia non cade mai su un grande ideale, ma su un emendamento”, sospirò dopo la sua ultima Finanziaria.
Con Berlusconi, genio della lampada, la manovra divenne spettacolo. Nel backstage si formò un trio delle meraviglie che ancora oggi detta i tempi: Giorgetti, allora presidente della Commissione Bilancio; Daniela Santanchè, pitonessa in ascesa, iniziata alla finanza pubblica da due Dc puri come Pellegrino Capaldo e Paolo Cirino Pomicino; Daria Perrotta, all’epoca documentarista della commissione che oggi si aggira con merito come un falco dal ciuffo disordinato sui tetti della Ragioniere dello Stato. Sul podio a dirigere l’orchestra c’era Giulio Tremonti, un Mefistofele moderno. Boia dei conti e filosofo delle tasse, riuscì nel miracolo di far approvare la Finanziaria in sette minuti netti, con Gianni Letta, inarrivabile colomba del potere, a calmare ministri furiosi e il Cavaliere a promettere miracoli fiscali in diretta tv. Poi arrivò la lettera della Bce: firmò Tremonti, ingoiò Berlusconi e l’Italia si consegnò a Bruxelles. Mario Monti, la volpe in loden, ed Elsa Fornero, civetta del rigore, completarono l’opera con lacrime e tasse. Da allora, ogni governo giura che “questa volta sarà diverso”, ma ogni volta si recita la stessa farsa.
Oggi Giorgetti è il ragioniere pentito, Meloni la Fenice che si reinventa e fa la visionaria frenata, Orsini il burbero indignato. Ma la musica non cambia: pochi soldi, troppi vincoli e la solita commedia del potere. Perché la legge di bilancio è la vera prova del potere italiano. Non le elezioni, non le riforme, ma quel faldone da migliaia di pagine scritto di notte, corretto all’alba, approvato per sfinimento. Ogni governo promette la rivoluzione e finisce nel bilancino dei contabili. Alla fine, dopo mesi di teatrini, in una sola notte spunta un emendamento omnibus infilato in fretta e furia.
Dentro ci finisce di tutto: bonus, microfondi, proroghe, marchette, mancette. Un minestrone politico servito bollente ogni dicembre, la cianfotta nazionale. Tutti aggiungono qualcosa, nessuno si prende la responsabilità del sapore. E il Paese, come sempre, paga il conto. Altro che mancia.
Luigi Bisignani per Il Tempo, 12 ottobre 2025
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