Altro che tetto agli stipendi, ci vuole quello alla spesa pubblica

Il problema è uno Stato che spende troppo, ovunque e sempre, senza criterio, senza limiti, senza responsabilità

5.4k 32
Meloni spesa pubblica (2)

La Corte Costituzionale ha cancellato il tetto fisso di 240mila euro lordi annui agli stipendi dei dirigenti pubblici. Un limite introdotto nel 2014 come misura temporanea di contenimento, che nel tempo era diventato uno dei pochi baluardi di buon senso nella selva della spesa pubblica. Con la sentenza n. 135/2025, la Consulta lo ha dichiarato incostituzionale, restituendo piena libertà di manovra ai compensi dei top manager pubblici: ora di nuovo agganciati al trattamento economico del primo presidente della Corte di Cassazione – oltre 310mila euro annui, con possibilità di salire ancora.

Il Foglio l’ha sintetizzata con sarcasmo: “evviva, la Consulta si fa un regalino”. E in effetti, tra i beneficiari ci sono anche i giudici che quella sentenza l’hanno firmata. Una decisione odiosa sul piano simbolico e corporativo. Ma attenzione: non è questo il vero scandalo dei conti pubblici italiani. È solo il simbolo più evidente dell’arroganza del sistema statalista. Parliamo, in fondo, di circa mille super-dirigenti. L’impatto sul bilancio? Alcune decine di milioni l’anno. Inaccettabile, sì. Ma trascurabile rispetto alla montagna di spesa pubblica improduttiva che soffoca il Paese. Il vero buco nero: spesa fuori controllo e clientelismo permanente che sembra non interessare nessuno. Nè la magistratura contabile, nè i grandi quotidiani, nè – ovviamente – i partiti politici che si nutrono di questa immonda riserva elettorale.

Nel 2024, la spesa pubblica italiana ha raggiunto livelli insostenibili: intorno al 60% del PIL, se si include la spesa “allargata”- quella riconducibile non solo allo Stato centrale, Regioni ed enti locali, ma anche a partecipate pubbliche, fondazioni, consorzi, enti strumentali e società in house. Una giungla opaca di denaro pubblico che alimenta burocrazie parallele, clientele trasversali e rendite parassitarie fuori da ogni serio controllo democratico.

Uno Stato-leviatano che soffoca l’economia privata, drena risorse, scoraggia il merito e distribuisce stipendi e incarichi con logiche politiche. Altro che tagli: il governo Meloni non ha ridotto un solo euro strutturale, lasciando intatta la foresta di oltre 6mila partecipate pubbliche, i carrozzoni regionali, le assunzioni clientelari negli enti inutili.

La spesa pubblica resta il vero strumento con cui si compra consenso, si garantiscono posizioni, si cementano poteri. E in questo, centrodestra e centrosinistra marciano insieme, senza differenze sostanziali come un clan il “clan degli statalesi”. Non serve moralismo: serve una riforma liberale radicale. Sì, è odioso che mille burocrati guadagneranno ancora di più, senza alcuna correlazione con merito o risultati. Ma il problema vero non sono solo loro. Il problema è uno Stato che spende troppo, ovunque e sempre, senza criterio, senza limiti, senza responsabilità, in modo scandaloso.
La risposta, quindi, non può essere solo indignazione selettiva. Serve una vera rivolta totale contro il Leviatano statale.

Serve una riforma costituzionale che imponga un tetto alla spesa pubblica, rigido, permanente, inamovibile. E insieme a questo, un limite alla pressione fiscale che impedisca allo Stato di continuare a spolpare chi lavora, produce, investe, trattandolo da presunto evasore. Il vero “regalino” non è solo per i giudici e per capiburocrati. È per tutto il sistema parassitario che da decenni si nutre del lavoro altrui. Finché non si taglia lo Stato, sarà lo Stato a tagliare le gambe all’Italia produttiva. Con sempre più arroganza. Con sempre meno pudore. L’unico tetto che serve davvero non è a stipendi pubblici o privati, ma alla spesa pubblica e al potere del Leviatano fiscale. Il resto è fumo.

Andrea Bernaudo, 31 luglio 2025

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Seguici sui nostri canali
Exit mobile version