
Gli italiani sono sempre stati un popolo di elettori diligenti. Per decenni abbiamo avuto affluenze che sfioravano l’80%. Montanelli arrivò a dire: “Turatevi il naso ma andate a votare”. Oggi non c’è più nulla da turarsi: non c’è più nulla per cui valga la pena votare. In soli sedici anni, alle elezioni politiche, l’affluenza è crollata di 20 punti percentuali. E lunedì, nelle regionali di Campania, Puglia e Veneto, siamo scesi a un vergognoso 40%. Questo non è astensionismo: è un referendum silenzioso contro l’oligarchia statalista che domina l’Italia.
Perché la verità – quella che nessuno osa dire – è semplice: a votare vanno quasi soltanto coloro che vivono nel e del Sistema. Dipendenti pubblici e para-pubblici, partecipate, municipalizzate, enti e sotto-enti, cooperative legate ai bandi, filiere politiche, sindacati, apparati. Loro, le loro famiglie, i loro amici, il loro indotto. Il blocco del “settore protetto”: milioni di persone per cui lo Stato non è un problema, è uno stipendio. E infatti vanno a votare. Devono difendere la mangiatoia. Tutti gli altri? A parte una piccola percentuale di illusi che votano per appartenenza (destra-sinistra), il Paese che corre, che cerca di produrre, rischia, lavora, crea ricchezza nonostante lo Stato? Gli autonomi, gli imprenditori, i professionisti, i giovani senza raccomandazioni, i contribuenti che pagano per tutti? Quelli restano a casa, perché non si sentono rappresentati.
Hanno smesso di credere a un gioco truccato. E chi può dargli torto? Da una parte c’è lo spettacolo indecente dei professionisti del “tutto pubblico, tutto gratis, reddito di fannullanza”, basta guardare la foto del neo governatore grillino Fico con Conte, Schlein, Bonelli e Fratoianni una sinistra obsoleta che campa solo se gli italiani restano poveri e dipendenti. Ma dall’altra parte c’è una “destra” che non ha il coraggio di liberare il Paese: preferisce amministrare il Leviatano anziché abbatterlo. Due facce della stessa moneta statalista. Intanto l’Italia reale affonda da decenni: Pil stagnante, pressione fiscale da regime punitivo, debito che esplode a ritmi sudamericani, libertà individuali soffocate da regole, divieti, controlli, burocrazia e paternalismo.
E allora la domanda diventa inevitabile, spietata, definitiva: perché mai un italiano libero dovrebbe continuare a legittimare tutto questo con il proprio voto? Il crollo dell’affluenza non è un sintomo: è la diagnosi. È la prova che milioni di cittadini hanno compreso ciò che noi ripetiamo da anni: lo Stato è diventato troppo grande, troppo costoso, troppo invadente, troppo arrogante. Finché nessuno avrà il coraggio di fare ciò che serve davvero: tagliare la Bestia, demolire gli sprechi, liberare il lavoro, ridurre le tasse, riformare il sistema previdenziale, ridurre il perimetro pubblico, restituire potere agli individui – gli italiani continueranno a compiere l’atto più rivoluzionario e più comprensibile: restare a casa.
Negare il voto al Sistema statalista e alla sua cappa di piombo. Delegittimarlo con il silenzio. Ma quel silenzio noi lo ascoltiamo. Quel silenzio dice una cosa chiara: la maggioranza del Paese non vuole più padroni. Vuole libertà. Ed è esattamente ciò per cui dobbiamo continuare a combattere.
Andrea Bernaudo, 26 novembre 2025
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