Dieci anni fa mi svegliai realizzando di aver avvertito durante la notte qualche movimento strano del palazzo. Bastò controllare il web per sapere che nel centro Italia c’era stata una fortissima scossa di terremoto. Il terremoto è un testardo compagno di viaggio della mia vita: da neonato a Napoli (quello dell’Irpinia del 23 novembre 1980), da assessore a Ferrara (il 20 maggio del 2012).
Senza pensare presi il telefono e chiamai un amico che in quegli anni lavorava con me a Palazzo Chigi, Francesco Nicodemo (lui nello staff comunicazione, io in quello economico). Senza dirci molto altro, ci demmo appuntamento a Piazza Tuscolo. Lo passai a prendere e ci dirigemmo in silenzio verso Amatrice.
Arrivati in zona dovemmo abbandonare la macchina, lo facemmo sotto un albero in un prato.
E proseguimmo a piedi. Fu allora che vedemmo le prime case crollate con la fila di cadaveri coperti dalle lenzuola bianche.
Chiedemmo a dei carabinieri cosa potevamo fare per aiutare. Ci dissero che avremmo dovuto cercare di raggiungere il centro del paese, dove stavano provando ad allestire un centro di primo soccorso. Lo facemmo, ricordo quasi arrampicandoci per alcuni sentieri perché la strada principale era ostruita o impegnata dai soccorsi che stavano cominciando ad affluire in grande numero. La camminata nel centro di Amatrice – o di quel poco che ne era rimasto – fu una delle scene più terrificanti e indimenticabili della mia vita, con le prime persone estratte (vive ma più spesso morte) dai cumuli di macerie.
Passammo il resto della mattina e del primo pomeriggio con altri volontari a smistare i primi pacchi di aiuti che stavano arrivando, contenenti generi di prima necessità. Quando ci dissero che stava arrivando il elicottero il presidente del Consiglio – il nostro datore di lavoro – che si sarebbe fermato a ringraziare i volontari, in silenzio ci eclissammo e tornammo a recuperare la macchina per rientrare a Roma. Non avevamo né voglia né bisogno di photo opportunity o di assumere in qualche modo credito per il gesto semplice e scontato che avevamo fatto. E infatti in questi 10 anni si contano sulle dita di una mano (monca) le volte in cui ho parlato di quel giorno di dieci anni fa.
Dopo 10 anni, il terremoto in quelle zone non è ancora un ricordo. E questo ha a che fare con la strana (stranissima) modalità con cui questo Paese reagisce alle tragedie: con uno straordinario e ineguagliabile senso di umanità e generosità, che poi si abbina ad un inspiegabile difficoltà organizzativa nel “far succedere le cose” e risolvere in fretta il problema. Di quel giorno terribile mi sono sempre portato dietro l’immagine di una famiglia intera uccisa dal crollo della loro casa. Poche ore prima stavano dormendo sereni, magari dopo una cena in allegria davanti alla Tv. E poi erano allineati su un prato coperti da un lenzuolo, senza vita.
La mente – che è razionale fino ad un certo punto – mi fece subito ronzare in testa una domanda: “Chissà se hanno avuto il tempo di dirsi le cose importanti”. Il mio modo di ricordare i 300 morti di quella tragedia è sempre stato questo: mai pensare che sia troppo presto per fare o dire ciò che ritieni importante o prezioso.
Luigi Marattin, 24 agosto 2026
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