
Il caso che coinvolge Osama Najim Almasri, ex alto ufficiale della sicurezza penitenziaria libica, è tornato al centro dell’attenzione politica e giudiziaria. Dopo il suo arresto in Italia e la successiva liberazione lo scorso gennaio, la gestione della vicenda da parte delle istituzioni italiane ha sollevato polemiche e scatenato indagini giudiziarie. Giorgia Meloni ha annunciato due giorni fa la decisione dei giudici di stralciare la sua posizione, mentre i suoi ministri (Nordio, Piantedosi e Mantovano) potrebbero finire a processo. Anche se è improbabile che il Parlamento dia l’autorizzazione a procedere.
Le accuse rivolte ai ministri
Ieri sera, presso la Camera dei deputati, è stata consegnata la relazione finale del Tribunale dei ministri su come il caso Almasri sarebbe stato gestito. I giudici hanno chiesto il processo per Carlo Nordio, attuale ministro della Giustizia, accusato di rifiuto di atti d’ufficio; per Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno, e per Alfredo Mantovano, sottosegretario con delega ai servizi. Per Piantedosi e Mantovano si parlerebbe di favoreggiamento e peculato. Adesso la Giunta per le autorizzazioni a procedere dovrà esaminare la richiesta. Il voto della Camera arriverà solo dopo la pausa estiva, quindi non prima di settembre.
Secondo il Tribunale dei ministri, le colpe del governo sarebbero le seguenti: “Sia i ministri Nordio e Piantedosi, sia il Sottosegretario Mantovano erano perfettamente consapevoli del contenuto delle richieste di cooperazione inviate dalla Corte penale internazionale e, in particolare, del mandato di arresto spiccato nei confronti dell’Almasri. Non dando corso a tali richieste il primo, decretando il secondo la formale espulsione del ricercato con un provvedimento, viziato da palese irrazionalità e disponendo il terzo l’impiego di un volo CAI (dei Servizi Segreti, ndr) che ne ha assicurato l’immediato rientro in patria, hanno scientemente e volontariamente aiutato il predetto a sottrarsi alle ricerche e alle investigazioni della Cpi”.
Insomma, secondo le toghe il motivo della sua scarcerazione e della successiva espulsione non sarebbe ascrivibili a vizi di forma (come dichiarato da Nordio in Parlamento) o alla pericolosità del soggetto, bensì alla volontà di non inimicarsi la Libia. Ed evitare dunque ritorsioni. Scrivono i giudici, come riporta il Corsera, che “appare verosimile che l’effettiva e inespressa motivazione degli atti il governo” sarebbe da ricondurre a “specifiche minacce di attentati o atti di rappresaglia nei confronti di cittadini italiani in Libia” perché “c’era molta agitazione ed indicatori di possibili manifestazioni o possibili ritorsioni nei confronti dei circa cinquecento cittadini italiani che in qualche maniera vivono a Tripoli o arrivano a Tripoli o in Libia, nonché nei confronti degli interessi italiani”. Per la precisione, il capo dell’Aise Giovanni Caravelli avrebbe temuto che si ripetesse in Libia quanto visto a Teheran con Cecilia Sala: ovvero il rischio che le milizie di Almasri arrestassero cittadini italiani in ritorsione per il fermo del loro capetto, oltre a poter compromettere la sicurezza di una sede dell’Eni in loco.
La decisione di evitare lo scontro con le milizie libiche sarebbe scaturita durante una riunione del 19 gennaio, poche ore dopo l’arresto di Almasri. “Avuta notizia dell’arresto — scrivono i giudici — c’era stata una video-conferenza a cui avevano partecipato, oltre a Caravelli, Mantovano, i ministri dell’Interno e degli Esteri, Piantedosi e Tajani, il capo della Polizia, Vittorio Pisani, ed il prefetto Rizzi, direttore generale del Dis”. Una ricostruzione smentita da Piantedosi che aveva smentito “nella maniera più categorica che, nelle ore in cui è stata gestita la vicenda, il governo abbia mai ricevuto alcun atto o comunicazione che possa essere anche solo lontanamente considerato una forma di pressione indebita assimilabile a minaccia o ricatto”.
L’accusa a Nordio
È così che, secondo i giudici, Nordio avrebbe mancato di dare seguito al mandato di arresto spiccato dalla Corte Penale Internazionale assumendo “un contegno attendista delle decisioni della Corte d’appello di Roma”, che aveva espresso alcune perplessità sulla irritualità del fermo di Almasri (che, lo ricordiamo, aveva girato per mezza Europa prima di essere fermato in Italia) e provocando così la sua scarcerazione a cui è seguita l’espulsione. Un esito che non sarebbe il prodotto da un problema “tecnico”, per il Tribunale dei ministri, ma da una scelta “cosciente e volontaria” del Guardasigilli. “Tale conclusione – si legge nell’atto – è vieppiù avvalorata dalla circostanza che il ministro aveva dato disposizioni per bloccare ogni comunicazione con la Cpi e che, anzi, a monte, tale direttiva era stata impartita in un primo momento per evitare, finanche, l’arrivo degli atti agli Uffici tecnici del DAG, che, ciò nondimeno, si erano attivati per acquisirli di loro iniziativa”. Secondo le toghe, però, Nordio non avrebbe avuto un potere discrezionale sul caso bensì avrebbe dovuto dare seguito e impulso alla procedura per trattenere in carcere Almasri.
L’accusa a Piantedosi
Una volta scarcerato, il generale libico è stato poi espulso. E qui entra in gioco il ministro Piantedosi. “Posto che i reati per i quali è indagato il citato cittadino libico dinanzi alla Cpi sarebbero tutti stati commessi in patria – scrive il Tribunale dei ministri – mentre in Italia, così come negli altri Paesi europei non risulta che il predetto si sia reso responsabile di alcun reato, né abbia altrimenti posto in pericolo l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale, l’espulsione ed il successivo accompagnamento in Libia a mezzo di volo Cai, motivati solo con il riferimento alle suindicate esigenze di sicurezza correlate al mandato di arresto della CPI, hanno portato ad un risultato paradossale: ricondurre il ricercato Almasri, libero, lì dove avrebbe potuto continuare a perpetrare condotte criminose analoghe a quelle di cui era già accusato. Ne consegue che l’atto amministrativo, per come motivato, risulta viziato da palese irrazionalità e, come tale, illegittimo”.
L’accusa a Mantovano
Infine, sotto la lente dei magistrati c’è pure il sottosegretario con la delega ai Servizi Segreti, il quale sarebbe “colpevole” di aver utilizzato un volo degli 007 per rimandare in patria il torturatore invece di usare un normale volo di linea (eccerto: in business class?). “Pur nella ampia discrezionalità di cui godono i Servizi nel disporre degli aerei di tale società per finalità di sicurezza – scrivono le toghe – il raffronto tra il caso in esame e i precedenti ricordati sia dai Servizi che nella memoria degli indagati induce un’ulteriore riflessione: si tratta, in tutti i casi precedenti, di voli disposti per assicurare il recupero e/o rientro in Italia di persone che correvano all’estero dei pericoli, oppure erano latitanti o colpite da mandati di arresto internazionale o dovevano essere altrimenti assicurate alla giustizia. Solo nel caso dell’Argo 16 (risalente al 1973, per rimpatriare alcuni palestinesi arrestati in Italia, ndr) il volo Cai era stato impiegato per sottrarre alla giustizia dei presunti terroristi, ricercati da Israele, su richiesta, anche in quella occasione, della Libia, allora governata dal colonnello Gheddafi”. Inso
La polemica politica
Le polemiche sul caso si sono fatte intense, con richieste di dimissioni per Nordio da parte dell’opposizione, in particolare da Elly Schlein. Il governo sostiene che eventuali errori sarebbero da attribuire alla magistratura. Anche la capo di gabinetto del ministro Nordio ha dichiarato: “Sono serena, resto al mio posto”.
Nell’ambito della stessa relazione, la posizione di Giusi Bartolozzi, funzionaria citata nelle indagini, sarebbe stata definita inattendibile dai giudici. Secondo gli atti, avrebbe reso dichiarazioni “mendaci” e la procura potrebbe procedere su questo filone tramite il canale giudiziario ordinario, staccato quindi dal procedimento relativo ai ministri. Lei, però, si dice “serena, tranquilla” non temendo “assolutamente nulla” convinta che “quando potrà chiarirà qualsiasi dubbio”.
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